Santanchè, la distanza sempre più profonda con la premier Giorgia Meloni. Lega e Forza Italia assenti in Aula. Di Fratelli d’Italia solo dodici presenti

(di Fabrizio Roncone – corriere.it) – Nelle redazioni dei giornali scattano spesso automatismi antichi, forse c’è anche un po’ di pigrizia, forse è solo l’abitudine a certe liturgie, però è chiaro che hanno sbagliato a mandare quassù, nella tribunetta stampa di Montecitorio, la solita brigata di cronisti, tutta gente di mestiere, intendiamoci, e pure giovani di bel talento. Stavolta, per raccontare l’ennesimo show della Santa, sarebbero serviti dei medium.
Esseri capaci di interpretare i pensieri segreti che la ministra Daniela Santanché custodisce nella sua mente con una forza prodigiosa.
Daniela: perché non ti dimetti?
Daniela: cosa sai che noi non sappiamo?
Daniela: perché, soprattutto, non hai paura della tua premier?
Appollaiati sui mitici e scomodi sedili di pelle e di velluto liso, davanti a scrittoi di legno antico su cui tenere cellulare e Moleskine, puntiamo gli sguardi come laser verso l’emiciclo e i banchi del governo e scorgiamo cose, facce e situazioni (anche interessanti): ma nessuno di noi è in grado di trovare risposte a quei roventi interrogativi che, da settimane, rimbalzano nei salotti del potere e nei talk televisivi, nei siti dei giornali, sui social.
Inermi, ma non rassegnati, si assiste alla discussione della mozione che vorrebbe sfiduciare questa donna di 63 anni (sembra ieri che scendeva da Palazzo Grazioli, la guardia scelta berlusconiana in fila indiana, avanti lei e dietro Verdini e Brunetta, con Capezzone rincorso da Dudù, barboncino di corte), una donna forte e coraggiosa, spavalda e spregiudicata, adesso inseguita dai magistrati, già rinviata a giudizio per falso in bilancio, a rischio processo per una truffa all’Inps, e a suo tempo diventata ministra del Turismo pur essendo proprietaria (insieme a Flavione Briatore) del più lussuoso stabilimento balneare italiano (il Twiga di Marina di Pietrasanta, oh yeah).
Dopo un’ora, restano solo dettagli estetici. E cominciamo proprio da lei. Che, finito un frugale pranzo al ristorante della Camera, è arrivata baldanzosa, con il tradizionale passo da guerriera su tacco 16 e Birkin d’ordinanza. Indossa uno chicchissimo tailleur color panna, su una camicia bianca: e anche il suo volto sembra bianco e liscio come una preziosa porcellana di Capodimonte. Gli occhi, però, si muovono. E sembrano dire: guardatemi, non tremo, non vi temo, sono venuta anche oggi, e anche oggi — come dieci giorni fa alla direzione di Fratelli d’Italia — vi sfido. Tutti. Non faccio distinzioni tra gente del mio partito e alleati e quelli dell’opposizione. A Milano, poche ore fa, ho persino ballato una taranta con un Pulcinella. Perché io ballo e continuo a ballare, capito?
Gira voce che Giorgia Meloni non veda la Santa dallo scorso 17 gennaio. La evita. Cambia strada, programmi. Lascia filtrare fastidio profondo. E fior di retroscenisti si esercitano in ipotesi. Tante. Tutte possibili, e probabili. Che si sommano al frullato di chiacchiere e pettegolezzi, con il gossip che diventa trama noir, e il sospetto che si fa, talvolta, certezza.
Breve riassunto. Giorgia aspetta che sia lei, la Santa, a dimettersi. Fosse per Giorgia l’avrebbe già cacciata, ma la Santa è protetta da Ignazio La Russa. Con La Russa sono amici e hanno interessi in comune. Non è vero che La Russa l’ha mollata. Non del tutto, almeno. Perché non vuole. E, forse, nemmeno può. L’ha solo invitata a riflettere. Del resto, l’intero partito le è ostile.
Plasticamente. I Fratelli eletti deputati sono 117, ma adesso, qui, se ne contano solo 13 (che poi, dopo un po’, ce n’è uno che si scoccia, ed esce). Un’occhiata sui banchi della Lega: deserto. E Forza Italia? Zero. Noi moderati, già pochini di loro, non pervenuti.
Intorno e accanto alla Santa (che resta muta): la viceministra leghista Vannia Gava, il Fratello sottosegretario Marcello Gemmato, e due Fratelli ministri, Nello Musumeci e Luca Ciriani.
Quando tutto finisce, giù, alla buvette, i due ministri vengono avvicinati come fossero appena venuti via dal martirio. Si tratta di due politici con un passato a destra lungo e netto, rivendicato con orgoglio. Sono entrambi pieni di garbo, e pazienti.
Ministro Musumeci, è stata la premier a chiederle di venire? «No, sono venuto di mia spontanea volontà». Sentiva di dover essere accanto alla sua collega Santanché? «Si discuteva una mozione di sfiducia, m’è parso naturale esserci». Le sembra opportuno che la ministra resti, imperterrita, al suo posto? «Beh, ma così entriamo nel campo delle valutazioni, delle sensibilità, no?».
Intanto, alla buvette, un altro paio di Fratelli divorano crostatine nervosamente. Masticano amarezza. Mentre loro attaccavano manifesti e rischiavano botte, la politica intesa come passione, come militanza, la Santa era in barca con Flavione. E ancora non si capacitano: «Perché una così è finita dentro la nostra comunità?». Di colpo, si scatena un piccolo parapiglia. Qualcuno ha visto la Santa? Che ha detto? Si dimette? No, davvero? E quando?
Falso allarme. La calma torna rapidamente. Ci sarebbe solo il tempo per un caffè, prima di andare a scrivere. Ma il caffè qui è la solita ciofeca imbevibile.
ma quanto è cretino l’articolista, che tenta di scimiottare la Cederna,
ma non avrebbe, al tempo, neanche potuto camminare sullo stesso marciapiede.
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2017. Accolta da Giorgia Meloni, al congresso del partito arriva Daniela Santanché che ufficializza la sua adesione a Fratelli d’Italia: «Sono tornata a casa, nella mia famiglia, dove Fini non mi ha permesso di stare, lui che ha distrutto un sogno. Devo dire grazie a Giorgia che ha ricostruito questa casa e mi ha permesso di tornare dove sono nata. Sono emozionata – dice ancora – metterò la mia passione per aiutare Giorgia, non voglio togliere spazio a nessuno e non chiedo nulla». In cinque anni la serpe allevata nel caldo seno di Bisignani (quello della P2 e della P4, definito dallo stesso Silvio Magno, come l’uomo più potente d’Italia) ha moltiplicato, come pani e pesci, i voti dei fratellini in Lombardia (la regione più popolosa e tra le meno astensioniste d’Italia) traghettando i futuri orfani del Berlusconi morente da FI a FdI. Diventata azionista di peso nel partito ha poi chiesto un ministero, quello più utile per sbrigare le sue faccende personali. Provassero, quelli che attaccavano i manifesti e applaudivano al congresso del 2017 (per poi versare decine di migliaia di euro nelle casse del partito per farsi candidare da Giorgia) a fare fuori la pitonessa senza provocare effetti collaterali per il governo.
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