
(Giuseppe Di Maio) – Una giustizia ad impulso e sviluppo privato conferma differenze sociali che arruolano diseguali qualità di difesa. Il sistema giudiziario è l’estremo guardiano della disuguaglianza, e questo spiega la guerra di potere scatenata in Italia con le sue riforme, che è pari solo all’aggressione delle regole sulla legge elettorale. Dopo la riforma Bonafede, con un M5S inspiegabilmente nel governo e FdI ridicolmente all’opposizione, si varò la riforma Cartabia, primo passo verso una giustizia classista. Il motivo della riforma è la solita bufala: velocizzare i tempi della giustizia, assicurare un giusto processo. Cioè due cose incompatibili tra loro, ognuna dipendendo da cause diverse da quelle considerate dalla ministra e dai suoi successori. Dunque, non è strano che un legislatore, a cui stia a cuore la disuguaglianza, si accanisca solo sul processo penale e non tocchi quelli civile, amministrativo e del lavoro, giacché egli intende proteggere dalla condanna il ceto che tramite i propri abusi diventa dominante.
Non sarò certo io a difendere i giudici che nella considerazione popolare sono alquanto scaduti, e non senza ragione, e che i sondaggi danno per sconfitti nell’inconsapevole braccio di ferro pure con questo governo di idioti. Difatti la convinzione della gente è che ogni giudice sia nel migliore dei casi un fedele notaio dell’autorità, della maggioranza, del potere del denaro, e persino della preferenza di genere, un ingiusto difensore delle intese di stirpe, di corporazione, di classe. Il celebre lavoro di Livio Pepino “Forti con i deboli”, giudice lui stesso, è la conferma di quanto sto dicendo. Ma l’interesse del legislatore è dilatare i tempi della giustizia fino alla prescrizione a tutela del “giusto” processo, con l’obiettivo di impallare il sistema penale contro i colletti bianchi e scatenarlo solo contro i poveracci. Difatti gli elementi del sistema soggetti a riforma non riguardano la povera gente, che abbisognerebbe di una difesa molto più adeguata per avere gli stessi vantaggi del ceto abbiente. Non ne parliamo poi dei contenziosi tra i due ceti a confronto davanti a un giudice.
Siccome questo governo si è fatto strada attraverso una contraddizione già esistente, la difesa privata, per scavare il solco tra le classi, non ci resta che augurarci le stesse cose di A. Sordi nel film “Tutti dentro”, anticipatore dell’inchiesta “Mani pulite”: “Dopo le recenti amare esperienze, io mi chiedo se è ancora utile investire tante energie per l’applicazione della legge, o se invece, rinunciando a vacue speranze e ad aspettative mai ripagate, non ci convenisse accettare l’ingiustizia come regola e non come eccezione. Questo nella speranza, ovviamente, che almeno l’ingiustizia sia uguale per tutti!”
La frase “la legge è uguale per tutti” non è l’esatta trasposizione del precetto costituzionale che dice che “tutti i cittadini sono eguali difronte alla legge”. Però è una frasetta ipocrita presente in tutte le aule di giustizia, che permette solo a chi può avvalersi dei migliori avvocati, dei migliori consulenti, dei migliori periti o dei fondi necessari per arrivare fino in cassazione, di ottenere appieno giustizia.
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