
(Di Isaia Sales – ilfattoquotidiano.it) – Dalle elezioni del 1994 in poi, lo schieramento di centrosinistra ha vinto solo se in coalizione con altre forze politiche alternative al centrodestra. Sono state perse, invece, tutte le elezioni in cui il Pd si è presentato senza uno schieramento ampio e coeso. La proposta di Franceschini non mi convince. Analizzando la storia elettorale degli ultimi 30 anni, chi propone ai progressisti di presentarsi divisi nei singoli partiti che lo compongono sta già immaginando una sconfitta e si prepara per il dopo. Certo, Franceschini parla di candidati comuni nei collegi uninominali mentre nel proporzionale ogni partito presenterebbe il suo simbolo, cercando di ovviare al limite vistoso del 2022 quando il centrodestra unito vinse grazie proprio alla frammentazione del centrosinistra nei singoli collegi. Ma questa può essere una mossa tattica estrema, non una strategia. Il centrosinistra deve lavorare per la sua coesione e non per confermare le sue divisioni.
La proposta, in effetti, sembra voler superare le difficoltà degli ultimi tempi all’interno dello schieramento progressista: il timore dei Cinquestelle di perdere ulteriori voti in un’alleanza organica con il Pd, le resistenze e le riserve di settori “centristi” (ma anche di esponenti del Pd) nei confronti dei Cinquestelle. Sembra venire incontro alle esigenze di Giuseppe Conte di dichiararsi parte del campo progressista senza stringere un patto programmatico vincolante, ma in effetti non supera il grande problema del centrosinistra di questa fase politica: convincersi che i Cinquestelle sono parte di esso e che anzi senza la loro alleanza non si va da nessuna parte. Insomma, la proposta Franceschini sembra apparentemente più realistica nelle attuali condizioni di contrasti, ma in effetti è una resa alla polverizzazione dello schieramento anti-Meloni.
Si vorrebbe fare come in Francia: un’alleanza in alcuni collegi solo per impedire alla nostra Marine Le Pen (Meloni) di rivincere le lezioni, senza impegnarsi in una piattaforma programmatica unitaria e senza provare a limare i contrasti. Ma differentemente dal fronte repubblicano francese, l’obiettivo del centrosinistra è di vincere le elezioni e di governare l’Italia; lo può fare realisticamente uno schieramento che non ha un comune sentire programmatico e non si sperimenta giorno per giorno ad affermarlo dall’opposizione? E poi in Francia esiste un secondo turno che facilita un meccanismo di convergenza tattica. Si sostiene che nelle attuali condizioni non si può rifare l’Ulivo, ma dal 1994 in poi solo uno schieramento del genere è riuscito in un Paese di destra a consentire a forze progressiste di accedere al governo. Sarebbe deleterio vincere le lezioni e non poter governare per la distanza programmatica tra i vincitori, anzi sarebbe questo il principale argomento che userebbero le destre. Perplessità analoghe hanno suscitato le iniziative di noti dirigenti cattolici del Pd, un protagonismo da attribuire, più che alla ricerca di maggiore spazio per i temi cari alla Chiesa, a una esplicita richiesta di moderatismo che ha già caratterizzato la stagione dei governi Letta, Renzi, Gentiloni e di quelli tecnici di Monti e Draghi. Con il convincimento che non sarebbe possibile un’alternativa al centrodestra fino a quando il Pd insisterà nella sua radicalità sociale, oltre che a quella sui diritti civili. Ma anche questa ipotesi cozza con alcuni dati elettorali. Il Pd aveva raggiunto nel 2008 il 33% dei voti, nel 2022 il 19,38%, mentre nel 2018 era sceso al 18,81%, la percentuale più bassa della sua storia. Il declino era già evidente nel 2013 quando il Pd si era fermato al 25,43%. Nel corso di 15 anni il Pd ha perso 15 punti e più di 6 milioni di voti. Dove sono finiti quei voti? Secondo gli studi sui flussi elettorali c’è stato un travaso impressionante di voti verso i Cinquestelle e verso l’astensione. Elettori del Pd lo hanno abbandonato perché si aspettavano scelte più radicali sul piano economico e sociale. Non va dimenticato che in quel periodo storico (il decennio successivo alla crisi del 2008) si è verificata una rapida erosione del potere d’acquisto dei ceti popolari, un peggioramento dei servizi pubblici (a partire dalla sanità e dai trasporti), una sempre maggiore precarizzazione del lavoro dipendente. In definitiva, sono peggiorate drasticamente le condizioni di vita e di lavoro di una parte dei ceti che avevano nel Pd un punto di riferimento.
Cosa ripropongono alcune correnti interne al Pd? Che si faccia esattamente quello che già si è fatto prima dell’arrivo di Elly Schlein. Ma come si fa a ignorare che la perdita di tanti voti è avvenuta proprio grazie a quelle scelte che si vorrebbero oggi riproporre? Il Pd in questi anni di crisi economica e di nuovi assetti di poteri è stato malato di moderatismo, non di radicalismo. E ora si vuole tornare a scommettere sulla sua autosufficienza?
Il piddino Franceschini non aveva nulla da dire… e lo ha detto in politichese raggiungendo lo scopo di stare al centro dell’attenzione.
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