La finzione – Il presidente Usa e Netanyahu sanno che l’ingiunzione rivolta ai vassalli giordani ed egiziani – prendersi milioni di palestinesi – può minare la stabilità futura dell’area. E risultare indigesta a Bin Salman

(Di Gad Lerner – ilfattoquotidiano.it) – Donald Trump si comporta come quei gorilla che battono i pugni sul petto per incutere timore in chiunque abbiano di fronte. Si autoproclama forzuto. Annuncia un’“età dell’oro” riservata a 340 milioni di statunitensi e pazienza se al mondo ci sarebbero altri 7 miliardi e rotti di abitanti con cui fare i conti, per vivere in pace.
Ma se c’è un luogo dove la politica del gorilla non può funzionare, quello è il Medio Oriente. Col suo metodo energumeno, il presidente Usa ha imposto anche all’amico Netanyahu di sottoscrivere una tregua con Hamas; costringendolo ad ammettere davanti agli israeliani il fallimento del suo tentativo di eradicare la presa del movimento islamico su Gaza e rivelando l’inutilità della strage perpetrata.
A Trump urgeva questo cessate il fuoco che Bibi vive invece come un’umiliazione. Ma ora anche a Trump tocca fare i conti con l’ingombrante persistenza di 7 milioni di palestinesi islamici in quella Terra Santa che la visione apocalittica dei sionisti cristiani contemplerebbe destinata solo agli ebrei. Detto, fatto. Così il gorilla ha preso per la collottola il presidente egiziano al-Sisi e il re giordano Abdullah II ingiungendo loro: vi toccherà accettare, volenti o nolenti, il trasferimento forzato di un milione e mezzo di profughi dalla Striscia nei vostri Paesi. Una boutade di cui gli sarà grato Netanyahu martedì prossimo in visita alla Casa Bianca: negare l’esistenza di una nazione palestinese per diluirla nell’indistinto arabo è da sempre l’idea-guida della destra sionista. Ma i due compari sanno entrambi che quell’ingiunzione rivolta ai vassalli giordani ed egiziani è in grado di minare la stabilità futura di tutta l’area. E risulterà indigesta a colui che Trump, per mentalità e convenienza, ha scelto come interlocutore regionale privilegiato: il principe Bin Salman dell’Arabia Saudita. Vero è che gli stessi regimi sunniti che nel secolo scorso promossero l’“arabizzazione della questione palestinese” oggi la vivono come un fardello di cui liberarsi. Non hanno mosso un dito in soccorso della popolazione di Gaza e della Cisgiordania. Ma l’inventore – cinque anni fa – degli Accordi di Abramo, cioè di una pace tra Israele e gli arabi che ignorasse la sorte dei palestinesi, per quanto gorilla egli sia, dopo l’ecatombe innescata dal 7 Ottobre e proseguita nei 15 mesi successivi, non può illudersi di uscire dalla trappola di Gaza a suon di petrodollari e deportazioni.
Perché la Palestina è perduta ma Israele non ha vinto è il titolo, enigmatico ma veritiero, di un ottimo saggio dello storico francese Jean-Pierre Filiu appena tradotto da Einaudi. A dieci giorni dall’inizio del cessate il fuoco, appare sempre più evidente che in questa guerra ci sono solo vinti, e nessun vincitore. Si è infranta l’illusione israeliana di anestetizzare in eterno il predominio sui palestinesi a cui si nega qualsivoglia orizzonte politico. “La struttura di sicurezza di Israele” – constata Filiu – si è rivelata “tanto solida tatticamente quanto fragile strategicamente”. Per quanto sia vero che Hamas ha procurato ai palestinesi la peggior catastrofe della loro storia, e ne ipoteca il futuro, quale vantaggio ne avrebbe tratto Israele? Vede rigenerarsi dal paesaggio apocalittico di Gaza il suo nemico esistenziale. Vive con sgomento le cerimonie che precedono la consegna degli ostaggi e il macabro tariffario di 1-30 o 1-50 per il rilascio dei detenuti palestinesi. Dunque per Filiu “il conflitto israelo-palestinese non è un gioco a somma zero in cui le perdite dell’uno si traducono meccanicamente nelle vincite dell’altro”. Ha esasperato la frenesia identitaria da ambo le parti, contribuito a brutalizzare il mondo contemporaneo, militarizzato le relazioni internazionali, paralizzato l’Onu. Tutto ciò rende illusorio il tentativo di replicare dall’alto una pace senza i palestinesi. Hanno perso, stanno perdendo tutti.
Se in più di mezzo secolo di occupazione militare nessun governo israeliano ha contemplato l’azzardo di proclamare l’annessione della Cisgiordania, pur rivendicando la destra sionista che si tratti di “terre ebraiche”, ciò dipende da insuperabili fattori demografici: fra residenti storici e profughi vi abitano circa 3 milioni di palestinesi. Troppi anche per chi coltivasse il proposito di uno sterminio o di una deportazione di massa. Per tenerli sotto controllo, allora, la politica degli insediamenti ebraici si combina con sistematiche aggressioni miranti a concentrare i palestinesi in vasti agglomerati suburbani, circondati e sorvegliati militarmente. Si spiega così la persecuzione degli abitanti dei villaggi sospinti con le minacce e con le ruspe a sgombrare le proprie residenze, dichiarate illegali. Il docufilm No other land, di cui sono coautori e protagonisti il palestinese Basel Adra e l’israeliano Yuval Abraham, candidato al premio Oscar, lo racconta magistralmente. E conferma al tempo stesso che non esiste altra strada percorribile, né per gli uni né per gli altri, che non sia quella del riconoscimento reciproco. Proprio quella, cioè, che i firmatari della tregua fra Netanyahu e Hamas, nemici che continuano a dichiararsi irriducibili, estenuati ma decisi a ricominciare a battersi, vogliono entrambi boicottare. È evidente che i palestinesi non possono farcela a vincere una guerra contro Israele, neppure negli anni a venire. Il loro riscatto non sarà di natura militare. È altrettanto evidente che un Israele trasformatosi in etnocrazia potrà debellare le minacce ai suoi confini, ma non troverà mai pace e sicurezza sul territorio che è destinato a condividere con i palestinesi.
Per questo non c’è gorilla che tenga: i due popoli vivono intrappolati l’uno nella sorte dell’altro. Una dinamica i cui sviluppi sono analizzati da Daniel Bar-Tal, docente emerito di Psicologia politica all’Università di Tel Aviv, ne La trappola dei conflitti intrattabili. Il caso israelo-palestinese, edito da Franco Angeli. Vengono definiti “intrattabili” i conflitti che si trascinano da una generazione all’altra diventando componente essenziale dell’identità nazionale, manipolata dalle classi dirigenti dei due popoli in guerra. Succede fra israeliani e palestinesi come fra hindu e musulmani in Kashmir, cingalesi e tamil nello Sri Lanka, greci e turchi a Cipro, russi e ceceni nel Caucaso. Ma i conflitti intrattabili non sono eterni: basti pensare, in Europa, alla soluzione del caso irlandese, ai Paesi Baschi e, meno di un secolo fa, a Francia e Germania.
Se è vero che l’occupazione ha snaturato il popolo occupante e non solo quello occupato, è altrettanto inconfutabile che ci furono decenni in cui la speranza di pace ha animato un riavvicinamento, prima che di nuovo crollasse la fiducia reciproca. Servirà un prolungato sforzo educativo, ma questa è la via obbligata.
un Olè per Gad. Nemmeno una virgola fuori posto
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bravo Gad , un editoriale coi fiocchi !
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