L’età di per sé non è un discrimine, né positivo né negativo. Ciò che dovrebbe rilevare è il modo con cui a certe posizioni si approda

Il potere e la legge dei mediocri

(di Pier Luigi Celli – repubblica.it) – Il tema dell’età viene sempre più spesso evocato, in molti ragionamenti, come il nodo centrale, irrisolto, della involuzione della classe dirigente del Paese. Una scelta per molti versi facile, ma nella sostanza fuorviante, che offre a una generica etichetta di “obsolescenza per vecchiaia” il ruolo di interprete delle molte deficienze di un establishment in crisi di personalità e prestigio. Se mai in anni passati avesse potuto aver corso questa semplificazione, i più recenti accadimenti a livello politico e sociale, con l’ingresso chiassoso di coorti giovanili o giovaniliste nell’arena pubblica, ha provveduto a togliere gran parte dell’appeal di questo ritornello.

Qui conviene ragionare senza troppi vincoli di pregiudizio e tornare ai fondamentali: il valore dell’età e i suoi eventuali poteri, taumaturgici o meno.

L’età di per sé non è un discrimine, né positivo né negativo. Ciò che dovrebbe rilevare è il modo con cui a certe posizioni si approda. Quanto combaciano le competenze apportate con le responsabilità connesse alla posizione e al ruolo che si va a occupare.

Una scelta che mira a valorizzare risorse nuove per ringiovanire gli attuali assetti di distribuzione dei poteri merita alcune assunzioni di principio. Innanzitutto la convinzione che una iniezione di gioventù sia in grado di portare competenze più articolate e all’altezza di sfide meno sedimentate. Che la passione sfibrata di ruoli e funzioni, ripiegate su modelli di governance ormai anchilosati, possa rivitalizzarsi aprendo a processi di ricambio meno contingentati o legati a logiche di cordata. Che sia possibile cominciare a parlare del valore di uno scambio rispettoso di esperienze e capacità espresse da generazioni diverse, al fine di facilitare processi di accreditamento reciproco e mutua evoluzione di prevenzioni e diffidenze.

Vale la pena, partendo da questi presupposti, riflettere su alcuni punti che non sono oggi presenti, con l’attenzione necessaria, nel dibattito sul tema.

1) L’autorevolezza personale delle nuove leve appare spesso legata, quando c’è, a un percorso virtuoso del ciclo di studi e a percorsi di specializzazione a base tecnica. La propensione a sottostimare le componenti più soft, come la qualità della tessitura delle relazioni, la capacità di maneggiare risorse immateriali a valenza simbolica, l’attenzione alle variabili secondarie di processi e obiettivi, insieme alla disponibilità a mettersi in discussione e a condividere percorsi socialmente condivisi, può compromettere la qualità del processo di arricchimento. Anche perché complessità e rischi crescenti pretendono persone dall’antropologia professionale composita, dove la ricchezza delle dotazioni individuali pesca più dalla biografia che dal curriculum.

2) Percorsi strettamente verticali aumentano la propensione a far leva sulle proprie aspettative (con relative pretese e guerre competitive), la cui crescita è spesso proporzionale alla debolezza nel dominare frustrazioni e contrattempi, e alla povertà di una visione più generale, di sistema.

3) Il passaggio da modelli cooptativi tout court, che hanno prodotto qualità mediocre a immagine della mediocrità dei selezionatori, a modelli di spinta e sostituzione dal basso, deve fare i conti con la semplice legge della sopravvivenza per cui: chi sta in alto resisterà quanto più si vedrà insidiato sulla base di valori che non controlla (merito, competenza, risultati, età ); chi punta in alto, cercherà i percorsi di accredito che facilitino la presa in carico, giocando a sfumare le differenze rispetto a chi sovrasta, fino al momento di riscuotere.

4) Ci sono settori in cui sembra più facile “sfondare”, e da cui partire per allargare il terreno più sensibile alle proprie aspirazioni e alle qualità del proprio profilo professionale: banche, istituzioni finanziarie, società di consulenza, strutture di ricerca, servizi territoriali. Avendo ben presente che ovunque, ma con netta preferenza per le aree pubbliche, o comunque contigue al pubblico, incombe un modello collaudato di criteri di selezione e promozione inquinati da logiche politiche o, anche se meno condizionanti, da meccanismi di selezione basati sulla affinità di interessi e di orientamenti più o meno valoriali.

Volendo sintetizzare, resta sempre il dilemma di fondo: chi seleziona chi, veramente, e in base a quali parametri di valutazione? L’esperienza rende ancora assai sospetti rispetto a fenomeni che tendono a riprodurre, anche in prospettiva, meccanismi perversi. Se a dettare le regole o, peggio, a tirare la volata è sempre qualcuno che non ha alcuna intenzione di cedere il traguardo, la qualità di chi arriva da dietro non sarà migliore di quella che viene ufficialmente contestata. D’altronde, come scriveva desolatamente Cioran a proposito di chi detiene il potere, “perché abbandonare e lasciare il campo quando abbiamo ancora tante persone da deludere?”.

La legge dei mediocri ha almeno un punto fermo: dove si arriva ci si radica e si sceglie poi una corte che non disturbi, appagata dal beneficio, manovrata ora con la carota, più spesso con il bastone. Quando succede che, cedendo alla pressione dei tempi, si deve obtorto collo fingere di aprire i boccaporti, come ad esempio in certe fasi di crisi della politica, con fenomeni improvvisi di immissione di fasce meno agé, ci si trova a constatare, rapidamente, trattarsi di popolazioni senza pedigree, di cui non si sentiva certo il bisogno. Peccato che i nuovi arrivati si sentiranno comunque legittimati a restare , alimentando la riproposizione dello schema consueto.

Ora, se guardiamo come stanno le cose, possiamo scoprire che ci sono molti modi di crescere e di affermarsi. C’è chi cresce “sotto”, accontentandosi di restare al sicuro fino a quando si crea l’occasione per alzare la testa. E chi, ma è evenienza più rara, sa che in realtà si può crescere veramente solo “contro”, come avviene di ogni allievo che prima o poi dovrà sostituire il maestro. Ma, appunto, bisognerebbe che ci fossero dei veri maestri, con la passione di allevare discendenza e una eredità vera da lasciare. Forse però, per essere realisti, e provare a pacificare alternative così ambivalenti, andrebbe insegnato che c’è un modo possibile di crescere anche “accanto”. Si tratterebbe di accompagnare i più giovani nel loro percorso per prendersi sicurezze e potere, offrendo così un ruolo non punitivo proprio ai più anziani, detentori del sapere oggi più raro: la saggezza. Sarebbe una scelta strategica per provare a risolvere un peccato originale dei tempi che stiamo correndo: quello di lasciare ai più giovani eredità controverse proprio per la mancanza di un testamento che ne spieghi il senso o, quanto meno, offra una spiegazione della loro ambiguità e del loro rischio. Oltre che dei nostri errori.