(Di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – Ora che i Cinquestelle hanno riconfermato la linea del presidente Conte, mettendo fine – si spera – alla querelle politico-burocratica con il fondatore Beppe Grillo, conviene riflettere più a fondo su due attributi che il Movimento ha assunto in questi ultimi tempi: la scelta del campo progressista e la rivendicazione della propria indipendenza. E può anche essere utile richiamarsi all’esperienza della vituperata Prima Repubblica, se non altro per non ripetere gli stessi errori o magari per trarne le opportune conseguenze.

È stato lo stesso Conte a fornire la sua molteplice interpretazione del progressismo. Per lui significa “applicare la Costituzione”; “essere contro la guerra”; “schierarsi a fianco di chi aspetta 400 giorni per fare un esame oncologico” e poi anche delle donne discriminate nel mondo del lavoro, dei “divanisti” che vengono insultati dai ministri del governo Meloni. E infine, “essere progressisti indipendenti significa rispettare gli impegni elettorali”. Per il dizionario, più semplicemente, è l’ideologia del progresso. Un concetto contrapposto a quello dello sviluppo dominato dalla ricerca del profitto, secondo la distinzione di Pier Paolo Pasolini. Laddove progresso vuol dire crescita e benessere all’insegna dell’equità e della sostenibilità ambientale. Mentre sviluppo vuol dire crescita selvaggia, a tutti i costi, anche a carico della società e dell’ambiente: come s’è visto, purtroppo, anche nella strage di Calenzano.

Quanto allo status di indipendenti, va ricordato che come tale Conte si presentò fin dall’inizio. E in una lontana intervista al direttore di questo giornale, si dichiarò cattolico e “moroteo”: una qualifica, quest’ultima, da non intendersi evidentemente nel senso di un’appartenenza politica rispetto alla memoria di un leader che non c’è più da mezzo secolo; bensì di affinità intellettuale e culturale, fondata sulla tradizione del cattolicesimo democratico, della solidarietà e della giustizia sociale. Qui l’indipendenza viene declinata come autonomia di giudizio e di comportamento, soprattutto nei confronti del Partito democratico, partner principale di una potenziale alleanza progressista in alternativa al centrodestra. E ricorda, fatte tutte le debite distinzioni, l’esperienza della Sinistra indipendente che dal Sessantotto a Tangentopoli – per quanto minoritaria – costituì una “spina nel fianco” del vecchio Pci: anche perché era rappresentata in Parlamento da figure di grande prestigio personale, come i laici Lelio Basso, Stefano Rodotà, Gianfranco Pasquino e il cattolico Raniero La Valle. Non a caso, in una recente intervista a Repubblica, Conte ha avvertito che “nessuno vuol farsi fagocitare dal Pd, ma la denuncia del rischio non può costituire di per sé un programma politico”.

Proprio dalla cosiddetta Prima Repubblica si possono trarre due precedenti significativi. Uno è la sfida della “competizione democratica” che all’insegna dell’indipendenza Bettino Craxi, agli esordi del “nuovo Psi”, lanciò contemporaneamente alla Democrazia cristiana di cui pure era alleato e al Partito comunista. L’altro precedente è la circostanza che a un certo punto la “Balena bianca”, pur di mantenere le sue posizioni di potere in mancanza di un’alternativa democratica, lasciò la presidenza del Consiglio prima a Giovanni Spadolini, segretario di un Partito repubblicano che non andò oltre il 5% dei voti ma fu la “coscienza critica” del vecchio centrosinistra. E poi, consentì l’ingresso di Craxi a Palazzo Chigi, forte del suo 15%, innescando così una specie di surrogato dell’alternanza.

I tempi, chiaramente, non sono più gli stessi. Ma quelle esperienze attestano che la rivendicazione dell’indipendenza da parte di Conte, in una prospettiva progressista, non è una pretesa inedita o arbitraria. E che la premiership, all’interno di una coalizione, non è necessariamente una prerogativa esclusiva del partito di maggioranza relativa. Del resto, il fatto che il leader dei Cinquestelle conservi tuttora un’alta percentuale di gradimento – addirittura il 48% fra i giovani, secondo Eurometra, contro il 38,3 di Giorgia Meloni e il 31,7 di Elly Schlein – certifica che viene percepito come una figura di rinnovamento e di fiducia per il futuro. Questo può spiegare anche l’avversione che una larga parte della stampa padronale, orientata a favore del centrodestra o comunque legata ai “poteri forti”, continua a coltivare ed esprimere verso il Movimento 5 Stelle.