(Stefano Rossi) – Le dimissioni del Ceo di Stellantis, Carlo Tavares, meritano una seria riflessione.

Criticare Tavares, come fanno tutti, è sbagliato; vuol dire non capire e non voler affrontare il problema in tutta la sua mostruosa complessità.

È facile criticarlo per i 160 milioni di TFR, che poi sono rapportati, per legge, al suo mega stipendio. E poi danno del populista agli altri.

Ieri, per esempio, il Tg3, dopo il servizio sulle dimissioni, è partita l’intervista a Calenda. Di sera, a Otto e Mezzo, c’era Cacciari. Per dire, come si spiegano i problemi. Con tutto il rispetto. Ma io mi aspettavo un economista, un professore della Bocconi o della Luiss, un ex dirigente della Fiat.

Matteo Salvini, poveretto, dice quello che può. Cioè nulla. Ma sta in buona compagnia.

La politica italiana reagisce come può; cioè, male e scomposta. E dimostra tutta la sua pochezza, in tutto.

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Prima qualche dato per capire il problema.

Il comparto auto, in Europa, è il più grande datore di lavoro con 14 milioni di posti di lavoro e il 7% del Pil europeo.

La Cina, vent’anni fa, produceva più o meno le stesse auto che produceva l’Italia.

Ora produce 30 milioni di auto elettriche che costano 30-40% in meno delle nostre.

E sono partiti da zero!

Anche gli Usa si sono adeguati sull’elettrico.

Da noi, invece, non decollano.

L’out del 2035, per la produzione dei motori endotermici, non è stata digerita dai produttori e, forse, non ci credono alla sua effettiva scadenza.

Ma ci sono domande a cui non seguono risposte.

  • Quanti sono in grado di acquistare un’auto elettrica in Europa?
  • Quante colonnine di ricarica potrebbero soddisfare milioni di auto elettriche?
  • La rete di distribuzione, sarebbe in grado di assorbire una gigantesca richiesta di elettricità?
  • Le terre rare servono per le batterie delle auto elettriche, la loro estrazione, soddisfa gli standard di una politica green? Tralascio lo smaltimento.
  • So bene che in futuro ci saranno batterie al sodio, ma proprio per questo motivo, era necessario invadere la terra con batterie il cui smaltimento sarà peggiore dello scarico delle auto endotermiche?
  • In Italia c’è stato un incentivo economico che è durato, online, forse un’ora. Chi ne ha beneficiato?

I privati? Manco per sogno. Si sono accaparrati l’incentivo soprattutto le società di lungo noleggio. La politica non ha previsto un limite di acquisto di auto elettriche per un soggetto. Persona fisica o giuridica che sia. Se incentivi non puoi permettere che una società si accaparri 20 auto!

Questo è solo un piccolo assaggio di come, la politica, non è seria, non capisce e non anticipa i problemi che si possono verificare. Figuriamoci a prevenirli.

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Ma proviamo a entrare nel problema.

Nel mercato auto c’è stata una guerra commerciale tra USA, ASIA e EUROPA, e quest’ultima ha perso.

Uno dei fattori determinanti è stata la politica green e la tendenza, riscontrabile anche in altri mercati degli europei, a riconoscere “colpe” storiche, come il colonialismo, che la portano a scelte destabilizzanti.

Nei vari summit tra Stati, gli europei si sono sempre impegnati a ridurre i combustibili fossili e ridurre gli inquinanti per favorire paesi che sono, alcuni in via di sviluppo, altri che sono diventati commercialmente più forti solo negli ultimi decenni.

Risultato: gli altri si avvantaggiano, l’Europa ha fatto harakiri.

Le auto diesel hanno fatto la fortuna degli europei. Gli asiatici non sono stati in grado di fare un motore diesel decente. Gli americani non sono mai stati interessati nello sviluppo di questo tipo di motore.

Mentre gli americani continuano con i motori di altissima cilindrata a benzina, l’Europa si è imposta la riduzione e la soppressione dei motori endotermici per diminuire l’inquinamento. In particolare, il diesel.

Però, paradossalmente, sono i motori che riusciva a vendere meglio.

Altro esempio.

Per evitare multe fino a 10 miliardi di euro, Stellantis potrebbe decidere di immettere sul mercato meno auto endotermiche, anziché più elettriche.

Tradotto: vendo solo auto diesel e benzina ma non elettriche. Allora, smetto di produrre auto diesel e benzina per evitare sanzioni dall’Europa.

Ma può essere una strategia industriale? Certo che no. Una scelta castrante funziona solo se poi interviene la sovvenzione pubblica che, negli ultimi anni, ha portato una evidente frattura tra i governi italiani e il gruppo Stellantis.

Qualche dato aiuta a capire meglio.

I motori diesel in Europa. In Francia, nel 2008, erano il 77% delle vendite. In Italia, nel 2019, erano il 40% dei motori venduti. I Paesi del Nord Europa non sono mai stati amanti del diesel. Ma contavano anche fattori come il clima. Ora, con i blocchi la percentuale continua drasticamente a scendere in tutta Europa.  

Ha un senso la decarbonizzazione quando altri Paesi la incentivano?

Noi ci poniamo dei limiti che comportano sacrifici immensi per la produttività, bene. Ma ha senso se poi, dall’altra parte del Globo fanno tutto il contrario e diventano più ricchi e produttivi di noi?

È giusto perseguire una politica ecologicamente sostenibile quando altri Paesi perseguono scelte diametralmente opposte? I cui effetti sul clima ricadono e ricadranno anche da noi?

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Durante il Salone di Parigi, Carlo Tavares ha illustrato che la stabilità economica di Stellantis non si basa esclusivamente sulla riduzione del personale. In un’intervista a Les Echos, ha detto: “Non riesco a vedere come possiamo competere con avversari che, dal punto di vista tecnologico, sono altrettanto capaci o persino superiori a noi, e che hanno costi inferiori del 30%, se non posso diminuire le spese”.

Tavares ha detto che la produzione di veicoli elettrici comporta un incremento dei costi del 40%” rispetto a quelli a combustione interna e ha pertanto “richiesto” incentivi statali per permettere agli italiani di acquistarli.

Ma il governo italiano ha già fatto capire che non vuole sovvenzionare ulteriormente una società che delocalizza, non paga le tasse, non ha intenzione di investire più in Italia.

Emanuele Orsini, presidente di Confindustria ha anche indicato che la “situazione attuale nel settore automobilistico è frutto delle decisioni prese dalla precedente Commissione europea sulla transizione e sul Green Deal”. Secondo lui, è urgente rivedere le normative sul divieto di vendita di auto a combustione interna dal 2035 per “proteggere l’industria italiana”.

Secondo Giulio Sapelli, Professore emerito di Storia economica alla Statale di Milano, è un grave errore quello di non rivedere gli accordi di Bruxelles nel settore auto.

La Cina, presto, presenterà il conto con milioni di auto elettriche a basso costo pronte ad invadere i mercati occidentali.

Trump già sappiamo come reagirà. Noi, invece, siamo ancora fermi per capire cosa si dovrà fare.

Si parla di dazi da mettere sulle auto cinesi ma la Germania è contraria. Proprio la Germania che sta pagando, e pagherà a caro prezzo, questa politica scellerata di Bruxelles (Volkswagen, per la prima volta, chiude fabbriche e licenzia), ha puntato molto sull’export in Cina e teme ritorsioni.

In tutte queste scelte politiche suicide, se ne conta un’altra. Quella di aver dichiarato guerra alla Russia di Putin che costringe, paesi come l’Italia, a pagare di più l’energia da impiegare nel settore industriale.

Se andiamo a vedere il fallimento dell’acciaio, non solo quello di Taranto (eravamo tra i migliori al mondo), si deve prendere atto del fallimento dei tanti manager pubblici e privati che non sono stati capaci di rinnovarsi e gestire i problemi.

Ma su tutte le scelte sbagliate troneggiano quelle suicide dell’Europa che non è in grado di fare scelte coraggiose nel suo interesse e non nell’interesse di paese extracomunitari.

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In tutta questa diatriba, risuonano minacciose le parole di Marchionne come l’oracolo di Delfi. “L’introduzione dell’elettrico su scala globale….rappresenta una minaccia all’esistenza stessa del nostro pianeta”.

Parole che hanno trovato un valido alleato: il presidente della Toyota, Akio Toyoda.