Cosa cambia? – Il rischio di apocalisse nucleare con “Sleepy Joe” è ritornato. Ora il futuro è un’incognita

(Di Fabio Mini – ilfattoquotidiano.it) – Le elezioni americane sono state archiviate con il tripudio globale di felicitazioni per l’ex/nuovo presidente da parte di chi il giorno prima avrebbe voluto vederlo morto e chi si stava preparando a diventare un ex-trumpiano. Anche il presidente Zelensky si è congratulato, ma con l’aria di fare buon viso a cattiva sorte. La preoccupazione è legittima sia per il futuro della sua guerra sia per il presente della sua narrazione. Infatti, prima ancora di convincere Trump a dargli più armi e soldi, Kiev, la Nato e l’Europa devono cambiare temi e toni della propaganda. Trump e i suoi più determinati sostenitori non l’hanno mai bevuta. Ma non è facile anche se Kiev ha già modificato la sua linea di comunicazione altre volte. Nel pessimismo dei primi giorni di guerra molti, me compreso, pensavano che l’Ucraina avesse comunque vinto la battaglia dell’informazione. Non si era mai visto uno schieramento europeo e atlantico così compatto e “univocale” (una sola voce e un solo senso) nel sostegno all’Ucraina anche se la narrazione era tutt’altro che obiettiva e condivisibile. Il successo era dovuto alla rappresentazione dell’Ucraina come un paese pacifico e democratico proditoriamente aggredito da un nemico che avrebbe puntato alla conquista dell’Europa, mentre il popolo ucraino si sarebbe sacrificato per la salvezza del mondo intero.
Vincevano le immagini della vittima di un sopruso, delle barricate, dei combattenti che confezionavano bombe molotov, dei tatuaggi dei miliziani neo-nazisti e dei profughi che lasciavano le proprie case. L’emotività non lasciava spazio alla razionalità: il primo traguardo di ogni disinformazione e pretesto di guerra era raggiunto. Ovviamente si taceva dell’esercito di 260 mila uomini di cui disponeva l’Ucraina (esattamente il doppio dell’invasore e sei volte superiore se veramente avesse voluto difendersi). Si tacevano gli impegni assunti l’anno prima da Biden e dagli europei per la riconquista ucraina della Crimea e comunque per la guerra contro la Russia. Poi le barricate sono sparite come i tatuaggi hitleriani. Erano immagini che non favorivano l’idea di una nazione democratica da armare per una guerra moderna. Il successo della propaganda ucraina continuava comunque grazie alla collaborazione degli stessi leader dell’Ue e della Nato che la amplificavano.
Da alcuni mesi il fronte del sostegno non è così saldo come allora e sia l’Ue sia la Nato hanno cercato d’ignorare i sinistri scricchiolii al proprio interno, a sinistra e a destra, ricorrendo alla disinformazione.
Oggi, con Trump questa propaganda forse non basta più anche perché porta i segni degli errori elementari finora commessi. In particolare: la troppa baldanza, fino all’arroganza, della comunicazione; la mancanza di riscontro reale alle pretese della propaganda, la sovraesposizione mediatica del leader ucraino e dei suoi sostenitori occidentali; l’adozione di un lessico occidentale che richiama alla democrazia, al rispetto dei diritti e delle opinioni altrui proprio mentre il conflitto e gli atteggiamenti della comunicazione ucraina ed euro-atlantica fornivano un quadro sempre meno democratico e trasparente. C’è stata la pretesa di spacciare come public diplomacy la disinformazione (del tutto legittima in guerra, per chi combatte) e le attività d’intelligence, le operazioni coperte e i killeraggi (illegali e illegittimi anche in guerra specie se ai danni di individui e organizzazioni non belligeranti). A trarre gli ucraini in inganno è stata probabilmente la stessa Nato che ha affidato i rapporti con l’Ucraina riguardanti la disinformazione al nucleo “Valutazione dell’ambiente informativo” (Information Environment Assessment-Ies) della propria Divisione Public Diplomacy.
L’ambiguità del collegamento ha fatto gioco all’apparato ucraino e in particolare al Centro per la lotta alla Disinformazione (Ccd) che dal 2022 scheda e fa schedare chiunque non segua la sua narrazione. Con la collaborazione di molti addetti all’informazione dei vari paesi ha stilato le liste di proscrizione indicando chi eliminare, politicamente o fisicamente, diffamare, delegittimare o quantomeno intimidire e silenziare. Il Ccd oggi si vanta del rapporto privilegiato con la Nato che lo pone come “prima istituzione di un paese non membro con cui la Nato lavora in questo settore” (26 ottobre, Telegram). Il giorno prima, durante una riunione del “Comitato per le comunicazioni strategiche del Consiglio Nato -Ucraina”, il Ccd aveva presentato il rapporto congiunto Information Threats Targeting Nato’s Support to Ukraine (“Minacce informative dirette contro il supporto della Nato all’Ucraina”). Evidentemente in questi anni, l’Ucraina è penetrata nelle strutture Nato più di quanto appaia e se da un lato ha adottato metodi e narrative occidentali, dall’altro ha portato con sé il bagaglio enorme della propaganda sovietica di cui era maestra durante il regime comunista, e di cui è ancora oggi esperta docente.
La stessa Nato nella propria comunicazione di guerra sta usando accenti e argomenti di quel periodo e di quel mondo forse per farsi capire meglio dalla maggioranza dei paesi membri che di quel mondo erano parti essenziali. E infine c’è stato l’errore fondamentale: credere nella propria propaganda. Se questo è un fatto comune fra i fanatici, ricercato da chi vuole indottrinare i propri pedoni della scacchiera bellica, è un fatto deleterio per i governanti, politici e militari, e i capi in genere. La propaganda, con la sua intrinseca distorsione della realtà, induce ad assumere decisioni irrazionali e controproducenti. L’America di Biden non era in grado di garantire l’uscita dal tunnel della guerra nonostante i miliardi spesi, anzi alla fine del tunnel aveva fatto intravedere il bagliore nucleare. Ma credeva alla propaganda di Kiev, come credeva alla propria. Anche Trump crede alla sua propaganda ma per ora non collima con quella di Biden. Ha promesso di risolvere il conflitto e l’Ucraina, la Nato, l’Europa incastrate nel tunnel di una propaganda sfinita non sanno se la luce che intravedono è un raggio di sole o il faro di una locomotiva che sta per travolgerle.
Magistrale descrizione, pacata ma affilata come una katana, dell’imbesuimento dei leader occidentali nel seguire i sogni utopici di una oligarchia ucraina criminale e avulsa dalla realtà
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Sempre sul filo e, come sempre, tagliente.
Grazie
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a proposito di (dis)informazione, una notizia che non si legge sui giornali e non si vede nei tg:
Home>EsteroTifosi del Maccabi strappano bandiere palestinesi dalle finestre ad Amsterdam
Amsterdam. Tifosi del Maccabi di Tel Aviv lì per la partita con l’Ajax tolgono le bandiere palestinesi esposte sulle finestre delle case o degli alberghi in Olanda
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