(Tommaso Merlo) – Re Carlo è stato preso a pesci in faccia da una senatrice australiana di origine aborigena. Il popolo nativo sterminato e sottomesso dai coloni inglesi nell’ambito di una delle tante occupazioni andate a buon fine e poi rimosse dall’Occidente. “Non sei il mio re, sei un genocida” – gli ha gridato la senatrice – “ridateci la nostra terra”. Sono passati oltre due secoli ma il dolore ancora si tramanda tra le generazioni aborigene e pretende giustizia. Re Carlo e la sua famiglia reale sembrano un carro di carnevale, ma in realtà sono formalmente a capo della monarchia costituzionale australiana come di altre ex colonie. Non è acqua passata. Il documento top secret trafugato sull’attacco israeliano all’Iran, era ad esempio riservato ai “Cinque Occhi” che sarebbe proprio un accordo tra Regno Unito, Stati Uniti, Australia, Canada e Nuova Zelanda. Madre patrie ed ex colonie ancora unitissime ed oggi guidate dagli americani anch’essi protagonisti di un’occupazione andata a buon fine e di un genocidio rimosso. Oggi i discendenti dei mitici pellerossa organizzano parate a New York e mega raduni nelle riserve, anche loro pieni di dolore e con nessuna intenzione di dimenticare. Dai genocidi coloniali rimossi a quello palestinese ancora in corso dove tra un bagno di sangue e l’altro è stato incoronato un nuovo re anche se postumo. Sinwar è diventato un mito perché a differenza di molti sovrani che fanno gli eroi con la pellaccia altrui, lui combatteva in prima linea. Era figlio di rifugiati, aveva due decenni alle spalle nelle carceri israeliane e la scena da film della sua fine lo ha consacrato a martire della resistenza. Altro che sbrigative decapitazioni, gli israeliani vorrebbero che la loro occupazione finisse come in Australia o negli Stati Uniti ma i tempi sono cambiati. Lo hanno capito anche in Russia dove il vecchio re o meglio dire zar sta vivendo una nuova primavera. Dato per spacciato dagli occidentali, Putin ha rilanciato il suo regno verso oriente promuovendo i Brics, paesi con l’ambizione d’interrompere l’egemonia del dollaro e con essa quella americana. Alla fine la colpa principale di Putin come di tanti altri, è stata quella di non cedere all’arroganza dal retrogusto coloniale che ancora domina la politica occidentale. Lo diceva lui stesso tempo fa. Nelle foto di gruppo dei Brics non ci sono solo visi pallidi a testimonianza di un nuovo ordine più plurale e di una nuova filosofia più orizzontale. O almeno sono queste le intenzioni, l’unica cosa certa è che Gaza si profila come la tomba dell’Occidente, i bagni di sangue hanno sommerso i valori su cui si fondava la nostra presunta supremazia e la leadership dagli Stati Uniti. Dove anche lì si attende un nuovo re o meglio dire la nuova marionetta al servizio delle lobby e dei mercati finanziari. Pare si lotti fino all’ultimo voto e che alla fine non cambierà una mazza come al solito, anche se di certo sarebbe Trump il regnante perfetto per presiedere la fine di un impero anch’esso narcisista fino al midollo oltre che bullo e superficiale. Trump rappresenta perfino psicologicamente e fisicamente quello che sono diventati gli Stati Uniti in balia di un turbocapitalismo bulimico che si è comprato tutto. Tutto tranne quello che non è in vendita come il vero benessere e la stima altrui. Quanto a noi colonie europee viviamo davvero tempi bui. Per millenni siamo stati il centro del mondo ed oggi siamo diventati una triste e trasandata periferia in balia di insulse tecnocrazie e reucci mediatici. In molti si guardano attorno in cerca di nuovi sovrani, ma è proprio questo l’errore che ci impedisce di rinascere. Sarebbe ora di smetterla di inginocchiarci a chissà chi e di guardarsi piuttosto allo specchio tornando protagonisti del nostro destino. Assumendoci le responsabilità storiche anche coloniali, imparando dai nostri errori e costruendo dal basso una nuova era politica in cui i cittadini tornino al centro della democrazia e quindi della storia. Un’era in cui i diritti umani la smettano di essere bei propositi e in cui la pace torni normalità. Un’era di giustizia sociale in cui usiamo l’economia invece di venirne usati e in cui puntiamo ad una genuina qualità della vita. Un’era realmente repubblicana in cui la massa continentale ci permetta di tornare a contribuire al bene globale.