(Tommaso Merlo) – Per le città ucraine girano pattuglie a caccia di reclute. Se i malcapitati non dimostrano di essere esenti nel giro di qualche ora si ritrovano in un centro di addestramento con un kalashnikov in mano. Scarseggiano uomini disposti a sacrificarsi per la patria anche perché molti sono scappati a gambe levate entrando in Europa in attesa che lo faccia anche il loro paese. E come dargli torto, le notizie dal fronte sono pessime e un conto sono le chiacchiere da bar un conto sprecare l’unica vita che ci è concessa. Perché di questo si tratta. Qualche mese di vitaccia tra melma gelida e scatole di fagioli poi un giorno una di quelle esplosioni che ti ronzano nelle orecchie dalla mattina alla sera dilania anche te spalancandoti le porte dell’oltretomba. Dove nazioni, politica e guerre non sono altro che follie egoistiche. Idee che gli uomini si mettono in testa e confondono con la realtà al punto da scannarsi tra loro per difenderle. Già, è la consapevolezza di noi stessi la salvezza del mondo. La buona politica e perfino la pace, una naturale conseguenza. Sventurati ucraini da una parte, russi all’altra. Anche loro costretti a rinunciare ai loro sogni per servire deliri altrui. Madre Russia chiama, il povero cristo deve rispondere mentre chi ha scatenato la guerra se la gode dai palazzi. Dall’altra parte del mondo nel frattempo, l’esercito israeliano sparge morte e colleziona crimini e sconfitte strategiche. Come in ogni stato militarizzato, in Israele la guerra è inculcata fin dall’infanzia e son tutti soldati in borghese. Insegnano la paura, l’odio verso il nemico e che la violenza ha senso. È per questo che quando poi scoppia la guerra, ai locali si aggiungono reclute provenienti dalle comunità ebraiche sparse per il mondo. Tutti determinati a difendere con le armi quell’idea di Terra Santa divenuta parte della loro identità. Credenze spacciate come verità, idee spacciate come realtà, guerra spacciata come normalità. Con l’aggravante di non imparare nulla dai propri errori. Dall’altra parte di un muro che è soprattutto mentale intanto, i palestinesi hanno dovuto arrangiarsi. Senza mezzi ma con abbondanza di reclute perché a differenza degli altri fanno un sacco di figli ed hanno perlomeno una causa sensata per cui combattere, liberarsi dal giogo coloniale. Ma il ricorso alla violenza non ha fatto che peggiorare la loro situazione dando scuse all’invasore per sferrare il pungo di ferro con sempre più durezza. Fino ad arrivare al genocidio, con intere generazioni sterminate, bambini ridotti in poltiglia, corpi tra le macerie mangiati dai cani randagi. E nessuna soluzione all’orizzonte. Quando poi le carneficine si placheranno tra la sabbia di Gaza e la palta ucraina, le autorità ergeranno monumenti in onore dei caduti e in vestito scuro e volto triste vi poseranno dei mazzi di fiori. Squilli di tromba, applausi commossi, saluti militari e poi via in processione verso il conflitto successivo. Tutti convinti di avere ragione, tutti convinti che il problema sia là fuori da qualche parte e non dentro di noi. Senza capire che è la consapevolezza di noi stessi la salvezza del mondo e la buona politica e quindi la pace, una naturale conseguenza.