Meloni i nemici ce li ha in squadra. Le liti tra i membri dell’esecutivo sono ormai all’ordine del giorno: dai migranti all’Autonomia fino alla caccia alla talpa. E adesso inizia anche il ballo della manovra

(Di Tommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – Ormai, lei, lo snocciola come un rosario: “Dacci oggi il nostro dossieraggio quotidiano”. Ma mentre manda messaggi ai “gruppi di pressione” che non la “leveranno di torno”, Giorgia Meloni non si è accorta di un dettaglio: i veri nemici del suo governo sono i suoi stessi ministri. Sono “quasi amici”, Giorgia e i suoi. Scazzo dopo scazzo, la premier non si fida più di nessuno che non porti per lo meno il suo stesso cognome, figuriamoci quando da famigliari si diventa ex, come nel caso del fu cognato Francesco Lollobrigida, ora finito nella black list delle sorelle d’Italia.

Chigi La caccia agli infami e il latitante Crosetto
Meloni verga messaggi furibondi sulla chat del partito, organizza cacce agli “infami” che li trasmettono ai giornalisti, alimenta ipotesi del complotto che si trasformano in teoremi e campagne sulla stampa amica. Non è affatto serena. E non è sereno nemmeno il rapporto con Guido Crosetto, l’altro fondatore di FdI. L’ex lobbista delle armi oggi a capo della Difesa da un po’ latita in consiglio dei ministri: ne ha saltati una decina. Giorgia, secondo il Corriere, non apprezza per nulla le assenze: “Per i ministri venire in Consiglio è un dovere. Dopodiché si va avanti lo stesso. Il governo non si ferma perché qualcuno fa le bizze”. Le voci di rapporti molto freddi tra i due sono state negate con sdegno dallo stesso Crosetto (sarebbe strano il contrario). L’autodifesa del ministro su X è un po’ goffa: “Gli impegni all’estero sono moltissimi e devo recuperare ogni ora possibile di lavoro, ma ci andrò per evitare altri inutili commenti”. In pratica ha di meglio da fare, ma ora si sente costretto a frequentare il consiglio dei ministri – che affronto, per un ministro – perché il tema delle sue assenze è stato sollevato in pubblico.

Lega Lo scafista tajani e Giorgetti che fa il cattivo
A Pontida, due sabati fa, i goliardici ragazzi della Lega hanno salutato l’arrivo di Antonio Tajani in terra padana con uno striscione poco commendevole, “Ius scholae in vista, Tajani scafista?”, e cori da stadio ancora meno cordiali: “Tajani, Tajani, vaffa…”. Quella sera stessa Matteo Salvini li ha cazziati con serietà improvvisa e postura paterna: “Non possiamo giocare, non possiamo scherzare, gli avversari non sono in maggioranza, sono fuori. Antonio è un amico”. In un altro momento, ha definito i goliardi leghisti “4 o 5 scemi”. In testa agli scemi c’era Alessandro Verri, capogruppo della Lega a Milano, ma tant’è. Salvini ha chiesto comprensione all’alleato, ma sono scuse, come si suol dire, di facciata. Tajani e Salvini tirano il carro in direzioni opposte, si contendono il ruolo di seconda forza della coalizione e si sopportano poco cordialmente da un bel po’. Non c’è solo lo ius scholae (indigeribile per Salvini) o la retorica del leghista contro le banche (indigeribile per Tajani); c’è un’incompatibilità abissale di modi, postura, rapporti nazionali e internazionali.
Una repulsione quasi antropologica che non è poi tanto differente da quella che separa Salvini anche dal ministro dell’Economia e in teoria suo compagno di partito, Giancarlo Giorgetti. Nell’immaginario leghista Salvini è il Capitano e Giorgetti è il burocrate. Il primo capopopolo spregiudicato, il secondo custode savio dei conti e dei rapporti con Bruxelles. Frequenti e inevitabili sono le collisioni tra due mondi così lontani. Le ultime, recentissime, causate dalle improvvide uscite di Giorgetti sulle tasse: “La manovra richiederà sacrifici a tutti”. Parole non molto apprezzate, né da Meloni né appunto da Salvini. Giorgetti, sempre a Pontida, le ha dovute rettificare: “Sono figlio di un pescatore e operaia tessile e so distinguere chi fa sacrifici e chi li può fare”. Salvini ci ha messo il carico: “Paghino i banchieri”. Poi ha sottolineato che vanno tutti d’accordo, “è un governo di amici prima ancora di alleati, ovviamente ogni tanto discutiamo”. Ogni tanto, sì. E lo faranno anche domani, giorno dell’invio del documento programmatico di Bilancio a Bruxelles: “Ho sollecitato i ministri a fare proposte (di risparmi, ndr) – ha minacciato Giorgetti, a questo punto solo contro tutti – se non le faranno, toccherà a me fare la parte del cattivo”.

Autonomia Le materie “non Lep” e i primi no tra colleghi
Ultimo in ordine di tempo, un caso politico ancora inesploso, ma che aleggia come una mina sopra la riforma dell’Autonomia. Il meloniano Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile, ha fatto le pulci al testo di Calderoli e inviato una serie di considerazioni su quello che non va. Gliele aveva scritte in una lettera e le ha ribadite su Repubblica. C’è un tema sensibile: il dissesto idrogeologico, sostiene Musumeci, non può essere delegato alle Regioni, la tutela dell’ambiente “è di competenza statale” e “lo standard minimo di sicurezza del territorio e dell’incolumità delle persone non può essere delegabile”. Più o meno hanno fatto lo stesso i ministri Piantedosi e Tajani su altre materie “non Lep”. La Lega non l’ha presa benissimo.