Riconoscere il pericolo, denunziarlo, contrastarlo, non è una battaglia di partito. È un obbligo costituzionale

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Ogni giorno ha la sua pena, recita il Vangelo di Matteo. Ma il governo Meloni l’ha trasformata in pena detentiva. Con il ddl sicurezza, approvato dalla Camera procedendo con gli scarponi chiodati.

E però non solo. Tanto che si moltiplicano gli allarmi su questa stretta illiberale, da Amnesty International all’Osce, fino al Rapporto della Commissione europea sullo Stato di diritto. E soprattutto si moltiplicano i divieti, le punizioni, gli altolà. Specie a danno dei diseredati, o di chi canta fuori dal coro. E in nome d’un pensiero ottenebrante come un anestetico.

D’altronde l’elenco dei nuovi provvedimenti è di per sé una pena. Carcere (fino a 7 anni) per chi occupa le case sfitte degli enti. Castighi a chi chiede l’elemosina. La norma anti-Gandhi, com’è stata definita: ossia ancora la galera, senza l’alternativa della pena pecuniaria, per chiunque interrompa la circolazione stradale con una manifestazione.

Ne faranno le spese gli eco-attivisti di Ultima generazione, ma potenzialmente anche i lavoratori e gli studenti. Un esempio per tutti: gli operai della Whirlpool di Napoli, che a suo tempo imbastirono dieci blocchi stradali per salvare il proprio posto di lavoro.

E ancora: no alla cannabis light, benché tutti gli esperti del globo terracqueo ne attestino l’assenza d’effetti psicotropi, benché questo settore conti 15 mila occupati in tutta Italia, benché le aziende agricole confidassero nell’assoluta liceità dei loro investimenti.

Invece sì alla reclusione per le mamme con figli neonati, cancellando una norma di civiltà giuridica ospitata perfino dal codice Rocco, il codice fascista. No alla “propaganda gender” nelle scuole, in virtù d’una risoluzione approvata in commissione Cultura della Camera. Sì all’inasprimento delle pene per resistenza alle forze di polizia, oltre che per una lenzuolata d’altri reati.

E ovviamente l’invenzione di nuovi delitti, come quello che prevede 7 anni di prigione per i detenuti che rifiutano d’eseguire — in modo non violento — un ordine delle guardie carcerarie. Anche se protestano per rappresentare al direttore una condizione di disagio, un bisogno, una lesione dei propri diritti.

Nel frattempo le carceri italiane esplodono, con 10 mila detenuti in più dei posti letto, e un’altalena di suicidi che s’impenna giorno dopo giorno. Ma per chi ci governa non è questa l’emergenza, proprio no.

Del resto il nuovo esecutivo debuttò, nel 2022, vietando per decreto i rave, che radunano giovani da tutta l’Europa. E ha proseguito prendendo di mira gli immigrati, con il decreto Cutro e varie altre misure. Fra queste, una stretta sui minori stranieri non accompagnati, comprimendone diritti e garanzie. O il divieto — in sé paradossale — di vendere un cellulare ai cittadini extra Ue privi del permesso di soggiorno.

Senza dire della faccia cattiva verso i giornalisti, con la minaccia di multe salatissime (e naturalmente la galera) per la diffamazione a mezzo stampa. O dell’intolleranza verso ogni manifestazione di dissenso, d’opposizione al verbo conclamato.

C’è insomma in circolo un vento autoritario, che sta spazzando via le nostre libertà. Riconoscerne il pericolo, denunziarlo, contrastarlo, non è una battaglia di partito, quale che sia il partito. È un obbligo costituzionale. Giacché persiste un nucleo antico nella Carta del 1947.

Quest’ultima v’aggiunse i diritti sociali — sanità, istruzione, lavoro, previdenza. Ma l’ossatura era stata scolpita già un secolo prima, nello Statuto Albertino del 1848, con le sue garanzie liberali contro il morbo dell’autoritarismo. Che a sua volta rappresenta una caricatura dell’autorità costituita, un’applicazione perversa e parossistica dell’esigenza di proteggere la sicurezza collettiva.

Non a caso quel termine, con tutta la sua carica polemica, si diffuse in Europa durante la metà dell’Ottocento, subito dopo il ’48 e i suoi entusiasmi presto disillusi. Adesso ci risiamo.