(Di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Al netto dei fendenti di automatico razzismo inferti da Salvini e dai suoi compari della Lega, assetati di propaganda – chi se ne frega della vittima, basta che il sangue di Sharon porti voti – la verità è che quel disgraziato di Moussa Sangare è un giovane italiano a tutti gli effetti, fabbricato dalla provincia senza scuola, dai social senza cervello, dalla tv senza vergogna. Altro che “di origine africana”.

È purissimo standard nazionale la sua testa vuota. Nutrita dalla nostra società spettacolo che sgocciola il veleno del narcisismo autoreferenziale e delle forme più degradate, della spazza-cultura giovanile. Quella che fomenta il mito dei soldi-soldi-soldi. Riempie il cervello con la chimica dello sballo. L’identità con il flusso degli smartphone, dove transitano i piccoli grandi mostri degli influencer, gli orrendi fantocci di Maria De Filippi, i nevrastenici di Temptation Island, gli zombie del Grande fratello, gli illusi di X-Factor, i rapper che fanno i gangster e i gangster che fanno i rapper.

Eserciti di indistinti fantasmi che come Moussa credono alla via breve del successo senza fatica, finiscono a Londra a fare i lavapiatti, poi tornano nel vuoto senza storia della provincia a girare con il monopattino, arrangiarsi con i lavoretti, bere, sniffare, tirare l’alba per sentirsi speciali. Capaci di trasformare le disillusioni crescenti in rabbia, la solitudine in frustrazione e violenza su di sé e sugli altri.

Moussa – se è autentica la sua confessione – ha fatto il peggio che poteva: scegliere quattro coltelli in una notte qualunque e una vittima senza movente. Poteva finire in una gang, in carcere, in comunità, in nulla. Oppure cancellare tutto nel sangue, come ha appena fatto quell’altro fantasma di Paderno Dugnano, anche lui avvelenato dalla pura crudeltà umana.