Basta equilibrismi – Bisogna rompere con l’atlantismo, riconquistare autonomia dagli Usa e abbracciare la pace. Giusto lasciar cadere i veti, ma sarebbe stravagante dar le chiavi a Matteo – favorire l’unità

(Di Goffredo Bettini – ilfattoquotidiano.it) – Agosto ci consegna problemi irrisolti. Le guerre si inaspriscono. L’umanità pare abbia perduto la percezione della storia. Si snocciola il presente, metastorico ma concretissimo per forza distruttiva.
E così, anche in agosto, dai monti, dal mare, dalle armoniose campagne, dalle splendide città di una tradizione antica, abbiamo visto, da non troppo lontano, accatastarsi e accumularsi i morti innocenti. Dalle classi dirigenti occidentali non è giunto alcun percepibile soffio di voce che dicesse “pace”. L’Ucraina è stata aggredita e ha il diritto di difendersi. La strage di Hamas è stata orrida. Ma la risposta non può essere solo “guerresca”, arruolare parole di odio, oscurare la ragione. La guerra non è uno strumento di risoluzione delle controversie. Talvolta è un’estrema e disperata necessità. Se si apre quella porta, va richiusa il prima possibile con un giusto compromesso. La guerra, anche se mossa da legittime ragioni, porta in sé l’odio che intossica entrambi i contendenti, sospende le leggi e l’etica frenante.
Ha preso piede, invece, in tanti leader democratici e nei media l’orgoglio, persino l’entusiasmo, di una risposta che stronchi definitivamente il nemico. Le posizioni che si differenziano sono direttamente ascritte ai sostenitori del campo opposto. Eppure tutti sanno che ci vuole un compromesso, se non si intende far saltare il pianeta. Ma se non si invoca la pace, mentre si fa la guerra, non ci sarà compromesso. Se si disconosce la storia e, per questo, non si colgono le briciole di verità di ciascuno, se il nemico, per quanto odioso, assume le sembianze del male assoluto e si “hitlerizza” Putin, non ci sarà compromesso. Se l’Occidente democratico non si fa un esame di coscienza sull’Iraq, la Libia, la Siria, l’Afghanistan e l’intera storia di violenze e di aggressioni che gli appartiene, non ci sarà compromesso.
Non c’è tempo da perdere. L’Europa è spaventosamente indietro, l’Italia della Meloni peggio, e il Pd deve uscire da un certo equilibrismo diplomatico e imboccare, con la parte più avveduta del mondo cattolico e giovanile, la strada maestra della pace e della trattativa. Questo vuol dire rompere con un atlantismo durato troppo, riconquistando autonomia nell’arena globale. Siamo territori votati al raccordo, all’integrazione delle diverse culture, allo sviluppo di un pensiero “meridiano”, cresciuto nella profondità di radici secolari, diverse ma intrecciate per doni offerti e ricevuti. Il mondo è multipolare. Ridurlo a uno significa guerra. Guai a non vederlo per presunzione ideologica. Gli Usa giocano una oscillante partita per rispondere alla loro crisi di egemonia. Non dobbiamo legarci mani e piedi alla loro politica. Alleati sì. Ma con il nostro profilo e la nostra funzione. Non ho dubbi tra Harris e Trump. Perfino un confine antropologico li divide. Ma il sacrosanto slancio per la vittoria dei Dem non può significare che noi siamo loro, che rappresentino l’esempio per la sinistra italiana, che da loro dobbiamo solo imparare. È subalterno pensarlo. I Dem sono una galassia di diversità, ma la loro guida attuale, accanto al coraggio di posizioni sociali avanzate e la difesa dei diritti delle persone, mantiene un’intransigenza egemonica in tutte le crisi aperte nel mondo.
Se l’Europa e la sinistra non conquistano una distanza, anche critica, dagli Usa, come si rapporteranno a quel grande Paese se dovesse vincere Trump? Giustamente lo consideriamo un razzista, un violento populista che non rispetta le regole e le istituzioni; allora, se diventerà capo dell’America, gli Usa non potranno più essere un nostro alleato, la guida della nostra alleanza militare, il fondamentale ispiratore di tutto l’Occidente in lotta contro il totalitarismo, gli islamici, i cinesi? A quel punto spero che il mainstream ci risparmi gli editoriali sull’America come la più grande democrazia del mondo.
Anche sul fronte della Palestina c’è una reticenza imbarazzante. Il dolore, che mai si potrà dimenticare, arrecato al popolo ebraico dalla modernità occidentale che partorì il nazismo, non deve confondersi con lo Stato di Israele né tantomeno con l’attuale sciagurato governo di Netanyahu. L’antisemitismo è il frutto avvelenato dell’invidia nei confronti di un popolo che ha rappresentato lo scrigno del pensiero, della filosofia, della letteratura, della scienza europee. Ma il giudizio politico sulla guida attuale di Israele concerne la condotta di uno Stato, che va giudicata per quello che è. La strage di Hamas meritava una risposta. Ma non la rappresaglia su innocenti inermi e indifesi, una guerra “sporca” che si allarga ad altre nazioni, perché priva di un obiettivo circoscritto e realistico. La replica a un’offesa tremenda e sanguinaria deve mantenere una proporzionalità, se non si vuole scassare con la pura forza ogni equilibrio internazionale, arrivando a una irriducibile contesa tra Occidente e resto del mondo.
Un ulteriore dilemma che ci lascia agosto riguarda la costruzione in Italia di un campo alternativo alla destra, indebolita dalla sua pessima prova di governo (ma non sconfitta). Da anni sostengo la necessità di un’alleanza che comprenda un soggetto liberale unitario, ambizioso e moderno, che sia in grado di raccogliere il 10%. Nessuno ha operato in questo senso, a partire da Renzi e Calenda, che alla fine, divisi, hanno portato al fallimento le loro aree politiche. Mi sembrava il momento per ripartire con un progetto collettivo di un nuovo centro dinamico e innovativo, che non avanzasse veti contro alcuno, ma non riproponesse in prima fila i leader sconfitti di Italia Viva e Azione. Di questo aveva parlato lo stesso Renzi, immaginando perfino una sorta di nuova Margherita. Bene. Nel periodo agostano invece si sono moltiplicati confronti e iniziative che hanno messo al centro proprio chi (appunto, Renzi) avrebbe dovuto per una volta aiutare un processo virtuoso, piuttosto che volerlo incarnare, interpretare, condizionare, dando perfino maliziosi consigli al Pd, circa il modo di trattare la sua segreteria Elly Schlein.
Renzi si dimostra ancora una volta un politico svelto e scaltro. Ma non intendo parlare di lui. Piuttosto del quadro che si sta determinando: da inopportuno si sta trasformando in un letale errore politico. Giusto far cadere i veti, stravagante dare le chiavi dell’allargamento del centrosinistra a Renzi. L’ex premier ha esaurito un ciclo. Ha lasciato detriti che non vanno scaricati sul futuro, ma suggeriscono quella condotta misurata che in politica è un aspetto decisivo. Quello che magari potrebbe essere possibile per il Pd (non credo), non è sicuramente digeribile dal resto della sinistra e dal M5S. Legittimamente. Aiutare l’emergere di un centro democratico deve essere un obiettivo concordato dall’insieme della coalizione; non uno strappo politicista solitario, che rischia di essere una bolla mediatica anziché una ricollocazione di parti dell’elettorato moderato. E ogni ipotesi di accordo va messa con i piedi per terra circa i programmi, i valori, i comportamenti condivisi.
Le prossime elezioni locali sono una prova fondamentale. A partire dalla Liguria, dove un po’ solitariamente la candidatura autorevolissima di Orlando cerca di comporre un quadro difficile. Si tratta di riprendere il filo un po’ disperso: grandi personalità democratiche potrebbero ispirare nelle diverse realtà liste civiche e far convergere tutte le risorse (senza veti) che hanno nel cuore il rafforzamento del centrosinistra; in vista della costituzione di una forza politica liberale, moderna, innovativa e unitaria che in futuro, nella sfida decisiva delle elezioni politiche, ci permetta di vincere. Altrimenti magari riusciremo a scavallare la prossima competizione regionale, ma troveremo ostacoli insormontabili per l’alleanza nazionale. E allora non sarà credibile gridare al presunto settarismo antiunitario di Conte e di Fratoianni. Perché sarebbe solo propaganda.
Sarebbe come chiedere a uno zoppo di non zoppicare , a un sordo di sentirci bene, a un muto di parlare , a un cieco di vedere, allo scorpione di non avvelenare con la puntura della coda la rana che lo trasportava per l’attraversamento del fiume e perire di conseguenza .
"Mi piace"Piace a 2 people
la strage di hamas è avvenuta perchè israele è 70 anni che fa stragi, prima del 7 ottobre israele solo per i territori occupati ne aveva mi pare ammazzati 600 di palestinesi, Netanyahu è un criminale e difenderlo ci fa complici tutto quì, israele renda i territori occupati ai loro proprietari e abbandoni l’idea di essere israele tutto il territorio della palestina, questo può accadere solo se gli usa non danno più armi,ma le danno e pare che facciano il doppio gioco ti armo ma non sparare, cioè gli usa ci credono dementi tutti?
"Mi piace"Piace a 2 people
Qualora a qualcuno sfuggisse la figura di Goffredo Bettini, autore dell’articolo, da “Pagella politica” :
“Chi è Goffredo Bettini e perché è così importante nel Pd
01 MAR 21
di SERENA RIFORMATO
Nell’ultimo anno Goffredo Bettini si è spostato dall’ombra alla luce dei riflettori. O forse sarebbe meglio dire dalla scena romana – dov’è sempre stato protagonista – a quella nazionale.
Su di lui si sono scritte e si sono lette infinite pagine di giornali. Goffredo Bettini, consigliere sempre ascoltato del segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti. Goffredo Bettini, estimatore dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, suggeritore e pontiere nella crisi, convinto sostenitore di un’alleanza fra Partito democratico e Movimento 5 stelle. E ora Goffredo Bettini, contestato nel suo stesso partito in cui c’è aria di resa dei conti (anche detta “Congresso”).
Chi è quindi Goffredo Bettini e perché è una figura centrale, tra fan e detrattori, all’interno del Partito democratico?
La tessera del Pci a 14 anni
Romano, 68 anni, di Goffredo Bettini, nelle biografie ufficiali, vengono messe in evidenza due passioni: la politica e il cinema.
Bettini si è iscritto al Partito comunista italiano a 14 anni – lo ha raccontato di recente in un intervento pubblico ripreso dall’agenzia Adnkronos – e negli anni ’70 era già un dirigente delle Federazione Giovani Comunisti Italiani, prima nella segreteria romana, poi nella segreteria nazionale, guidata in quegli anni da Massimo D’Alema. Nella Fgci ha conosciuto anche Walter Veltroni, a cui è rimasto legato politicamente per il resto della sua carriera.
Negli anni ’80 è diventato il segretario del Partito comunista italiano di Roma. A soli 32 anni è entrato nella Direzione nazionale del Pci.
La biografia sul sito del Partito democratico gli attribuisce il merito, negli anni ’90, di aver «inventato la candidatura» di Francesco Rutelli a sindaco della Capitale. L’Espresso, in una selezione fotografica intitolata «Goffredo Bettini, una vita da regista travestito da mediano», ha raccontato che Rutelli, «prima creatura politica plasmata da Bettini», è stato anche il primo a tradirlo preferendogli Paolo Gentiloni come consigliere, una volta arrivato al Campidoglio.
La carriera di Bettini si è svolta prevalentemente negli ambienti romani: assessore ai Rapporti istituzionali del Comune, presidente dell’Auditorium di Roma, consigliere in Regione Lazio e dal 2001 eletto deputato con i Democratici di Sinistra. Nel 2006 è invece entrato in Senato, ma per un solo anno, decidendo poi di dimettersi per dedicarsi al suo ruolo all’interno del partito.
Bettini è infatti stato una figura centrale nella fondazione del Partito democratico. Ha fatto parte della prima segretaria di Walter Veltroni e dal 2007 ne è diventato coordinatore nazionale. Dal 2014 al 2019 ha ricoperto la carica di europarlamentare sempre per il Pd.
A marzo 2019, nel suo blog su Huffington Post, Bettini ha annunciato l’intenzione di non ricandidarsi all’Europarlamento per tornare a dare il proprio contributo al partito, dopo l’elezione a segretario di Nicola Zingaretti, «una persona cara a me da tutta una vita, un segretario che ha dimostrato di avere un grandissimo consenso e di poter coniugare capacità unitaria con l’indicazione di una netta linea politica di svolta».
Nello stesso articolo, l’ex parlamentare ha dichiarato una certa distanza dai vertici del Pd negli anni precedenti: «Dopo le dimissioni di Veltroni, con il quale alla nascita del Pd si è rafforzato un sodalizio durato una vita, ho vissuto anni di isolamento». La conclusione è interessante per capire che tipo di figura sarebbe stato Bettini, una volta tornato a Roma: «Nel Pd non avrò alcun ruolo di gestione né avrò incarichi. Troverò il modo di aiutare la mia comunità con stimoli culturali e con le mie idee politiche».
Il suo posto da quel momento sarà – secondo le cronache – quello di consigliere “informale” del segretario Nicola Zingaretti. Un’etichetta che però Bettini ha dichiarato di non apprezzare. Il 6 ottobre 2020, ospite a Omnibus su La7 con Alessandra Sardoni, ha detto di sentirsi stretta la definizione di “consigliere”: «Fa male a me e fa male a Zingaretti, che è un leader autonomo, ha dimostrato autorevolezza sul campo», ha sottolineato Bettini. «Io vengo da una lunghissima storia di dirigente politico, mi sono intestato tante fasi della politica della sinistra e sempre apertamente, anche oggi esprimo le mie idee a tutti, non faccio niente nell’ombra». Per poi concludere con una battuta: «Quale ombra? Io sono ingombrante».
In un ritratto sul Corriere della Sera dell’11 febbraio, Fabrizio Roncone ha raccontato che Bettini viene soprannominato «il Monaco»: «Un po’ per i suoi camicioni indossati fuori dai pantaloni – ha scritto il giornalista – un po’ per questo suo vivere frugale in case piccole, modeste (la penultima fu confusa da Cesare Romiti per una specie di ufficio: “Ci vediamo nel solito scantinato?”. “Ma veramente, caro Cesare, in quello scantinato io ci abito”)».
L’ultima fase e le contestazioni all’interno del Pd
Nell’ultimo anno, Goffredo Bettini è stato fra i più convinti (ed espliciti) sostenitori dell’asse fra Pd e M5s. L’ex eurodeputato ha spinto più di ogni altro affinché la coalizione giallorossa, allora al governo durante il Conte II, si traducesse in un progetto politico strutturale.
«Questo governo va considerato un fondamentale “incubatore” politico – ha detto il 13 gennaio in un’intervista La Stampa, riferendosi appunto all’esecutivo di Giuseppe Conte sostenuto da M5s e Pd – le forze che lo compongono potrebbero costituire alle prossime elezioni politiche l’alleanza ampia e democratica da schierare contro la destra. È una impresa faticosa, ma ineludibile».
Il 25 luglio, sempre a La Stampa, Bettini ha lanciato – fra i primi – l’idea che l’allora premier Giuseppe Conte dovesse guidare un polo progressista: Conte «è più nuovo e fresco della classe dirigente che lo circonda, sono sicuro che non vorrà fare un suo partito ma rimanere il capo di una coalizione competitiva per battere la destra». A quel punto i giornali lo davano già come un interlocutore fidato anche del presidente del Consiglio.
Con la crisi di governo, a gennaio, Bettini è stato uno dei pontieri fra il premier (e con lui il Pd) e il leader di Italia viva Matteo Renzi. Tant’è che è proprio a Bettini che il 10 gennaio Renzi ha consegnato una nota con le richieste del suo partito al presidente del Consiglio.
In questa fase, Bettini ha sostenuto pubblicamente Conte in ogni passaggio. L’11 gennaio, in un’intervista al Corriere della sera, lo ha definito «un punto di equilibrio imprescindibile» e ha sentenziato a nome del Pd: «altri scenari non ci appartengono».
Il dirigente Pd ha continuato su questa strada fino alla fine, sbagliando anche nelle previsioni (come sarebbe stato chiaro nel giro di qualche settimana). Il 31 gennaio, intervistato di nuovo dal Corriere della Sera, diceva ancora: «Conte Ter con patto scritto o si vota a giugno». Ma la linea che alcuni commentatori hanno definito «o Conte o morte», alla luce dell’esito della crisi di governo, si è rivelata perdente.
Dopo la formazione del nuovo governo Draghi – e anche per effetto delle scelte che ha comportato: chi ha ricevuto un incarico, chi ne è rimasto fuori – nel Partito democratico si sono riaccese le tensioni. È sotto accusa la gestione di Nicola Zingaretti e, spesso sottovoce, è anche sotto accusa il protagonismo del “senza incarichi” Bettini.
L’ex europarlamentare non ha però timidezza nel rivendicare il suo ruolo. «Lei che è tra i fondatori del Pd, è rimasto amareggiato dalle polemiche interne sul suo ruolo nel partito?», gli ha chiesto Carlo Bertini in un’intervista su La Stampa, il 19 febbraio. «Ma per carità. Mi dispiace solo che con la storia che ho, piccola o grande che sia, qualcuno si è domandato a che titolo parlassi», è stata la risposta di Goffredo Bettini.
Negli ultimi giorni si è parlato con insistenza dell’idea di anticipare alla primavera il Congresso del Pd di ottobre. Lo stesso Bettini ha sollecitato questa ipotesi con un intervento sul Foglio. All’ordine del giorno ci sarebbe il difficile obiettivo di riconciliare le diverse anime all’interno del Pd, oggi rappresentate (per semplificare) da una componente più “zingarettiana” e dalla corrente di ex renziani di Base riformista, che fa riferimento al ministro della Difesa Lorenzo Guerini.”
"Mi piace"Piace a 1 persona
Anail …però c’è oggi una contraddizione:
Bettini: “Renzi? Ok niente veti ma stravagante dare a lui le chiavi dell’allargamento del centro-sinistra”
Come dire dentro Renzi,ma comanda Elly…. quindi in fondo in fondo Bettini vuole tenersi il rottamatore del Movimento?
"Mi piace""Mi piace"