Perché la mobilità non è più un diritto

(Chiara Saraceno – lastampa.it) – L’articolo 16 della Costituzione italiana attribuisce alla libertà di movimento e soggiorno su tutto il territorio nazionale lo status di diritto costituzionale. Uno status ripreso e allargato a tutti i paesi dell’Unione Europea nella Carta dei diritti (articolo II-105). È esteso a tutti gli esseri umani dall’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Non basta tuttavia enunciare il principio. Anche senza ricordare che molti paesi non attuano per i propri cittadini l’articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e che in molti altri la sua attuazione è vincolata e ristretta dalle norme sull’immigrazione, va segnalato che anche per i cittadini di paesi democratici, come l’Italia, in cui vale il principio della libertà di movimento questo può essere fortemente limitato ed essere una causa di disuguaglianze sociali e territoriali.

Perché un diritto sia esigibile e praticabile, infatti, occorre che vi siano gli strumenti che ne consentono l’operatività. Nel caso della mobilità geografica occorrono sia mezzi di trasporto accessibili per numerosità, qualità, prezzo, sia infrastrutture che non lascino interi paesi nell’isolamento forzato e che consentano di raggiungere in tempi ragionevoli stazioni ferroviarie, aeroporti, porti, ma anche scuole, ospedali, ambulatori medici, luoghi di lavoro. Il diritto alla mobilità, infatti, è collegato anche ad altri diritti pure costituzionali, quali il diritto all’istruzione e alla salute, alla possibilità di procacciarsi dignitosamente i mezzi di sussistenza.

È una questione sollevata, ancorché solo parzialmente, da una recentissima sentenza della Corte Costituzionale in merito alla norma del 2018 che vietava di rilasciare nuove autorizzazioni per il servizio di noleggio con conducente (Ncc) sino alla piena operatività del registro informatico nazionale delle imprese dei titolari di licenza taxi, una operatività, va aggiunto, che di proroga in proroga ancora non è stata raggiunta.

Nel dichiarare illegittima quella norma che ha consentito, per oltre cinque anni, «di alzare una barriera all’ingresso dei nuovi operatori», compromettendo gravemente «la possibilità di incrementare la già carente offerta degli autoservizi pubblici non di linea», la Corte ha infatti osservato che questi «concorrono a dare effettività alla libertà di circolazione, che è la condizione per l’esercizio di altri diritti».

Consentono non solo di non dover sottostare ai tempi dei mezzi di linea, ma di raggiungere località da questi poco o per nulla servite: alcuni aeroporti, paesi delle aree interne, comuni attraversati da linee ferroviarie dismesse e non sostituite da altri mezzi. Quella norma, quindi, ha danneggiato «non solo il benessere del consumatore, ma qualcosa di più ampio, che attiene all’effettività nel godimento di alcuni diritti costituzionali, oltre che all’interesse allo sviluppo economico del Paese».

Sembra solo un richiamo alla bontà del libero mercato e della concorrenza. E come tale è stato letto. Ma se si prende sul serio l’indicazione della Corte sulla – effettiva, praticabile – libertà di circolazione come condizione per l’esercizio di altri diritti, mi sembra che questa sentenza apra una questione più ampia. L’inefficienza di molti trasporti locali che appesantisce la vita quotidiana di molti lavoratori e studenti, le grandi disuguaglianze territoriali nelle infrastrutture viarie e ferroviarie, non possono essere risolte solo con il ricorso al mercato (e ai suoi prezzi), magari con l’idea che esso garantisca anche maggiore efficienza e qualità. Forse non è un caso che il nuovo governo Labour in Inghilterra pensi di far ritornare alla proprietà e responsabilità pubblica una parte almeno del sistema di trasporti che è stato progressivamente privatizzato con risultati non soddisfacenti sul piano dell’efficienza e della qualità. Soprattutto, pur incrementando il numero delle licenze dei taxi e dei Ncc, non si può pensare che questi mezzi di trasporto siano alla portata economica di tutti. Senza affrontare la questione dei trasporti locali, della disuguale qualità delle reti viarie e ferroviarie, si rafforzeranno le disuguaglianze tra chi troverà più agevolmente un taxi o un Ncc potendoselo permettere e chi continuerà a vedere il proprio diritto alla mobilità fortemente vincolato nei fatti.