(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Che ci facevano Renzi e Blair, gli apostoli del merito, al matrimonio esagerato di due giovani ereditieri indiani, Radikha Merchant e Anant Ambani, il cui unico merito è di essere nati nelle famiglie giuste? Chissà chi li avrà invitati. Forse hanno chiesto un passaggio alle sorelle Kardashian, le regine mondiali della fuffa. O erano al seguito di David Beckham (Renzi non palleggia neanche male)? Li avranno pagati come Rihanna e Justin Bieber, che per cantare al party nuziale si sono accontentati di una quindicina di milioni. O saranno stati loro a pagare, pur di esserci?

Nessuno pretende che i fu-leader della sinistra europea si presentino alle nozze di due operai, ma vederli fluttuare in abito tradizionale a una festa dai costi sguaiati in quel di Mumbai, dove un abitante su cinque campa al di sotto della soglia di sopravvivenza, qualche modesto interrogativo lo pone. E non è moralismo, men che meno invidia. Soltanto politica. O psicologia. Ci si immagina la sofferenza di Renzi e Blair quando, da piccoli, scoprirono che l’amichetto del primo banco aveva invitato tutti alla sua festa di compleanno. Tutti tranne loro. Sono traumi che non si dimenticano e che, per qualcuno, danno un senso alla vita: entrare in un partito per poter entrare finalmente in un party. Venire eletti per sentirsi parte di un mondo di eletti. Ma forse ho letto troppe volte «Il grande Gatsby» e sto sopravvalutando lo spessore dei loro complessi. Erano lì solo perché non avevano niente di peggio da fare.