(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Una donna scompare all’improvviso, licenziandosi dal lavoro con una mail, e in due settimane nessuno sente il bisogno di chiamarla per sentire dalla sua voce come e dove sta

Le arrivano solo dei messaggi, ai quali, secondo gli inquirenti, rispondeva il marito assassino che si era appropriato del telefono. «Sto un po’ lontana» — scriveva lui, fingendo di essere lei — «è un momento no». 

A parenti e amici di Francesca Deidda, evidentemente, bastava così. Qualcuno avrà provato a stanarla con ulteriori post e whatsapp, scritti e vocali. Ma non uno che abbia toccato quel benedetto tasto con la cornetta disegnata sopra, mettendoci la stessa insistenza con cui un tempo ci si attaccava alla cornetta vera.

Non è una colpa, né una sbadataggine.

Si è proprio persa l’abitudine. Nascosti dietro la trincea digitale, manteniamo rapporti costanti con persone che non sentiamo in presa diretta da una vita e, quando le chiamiamo, facciamo precedere la telefonata da un messaggio affinché si preparino allo choc. Le rare volte, poi, in cui la suoneria annuncia una chiamata in arrivo e sullo schermo appare un nome presente in rubrica, siamo quasi preoccupati. Se invece il numero non è in rubrica, quasi turbati. Gli unici che hanno ancora la sfrontatezza di telefonarci sono i venditori di qualcosa, quelli che nel secolo scorso si attaccavano al citofono o al campanello.

Mentre gli unici a cui ancora avremmo voglia di telefonare sono i figli. Forse perché sappiamo che tanto non rispondono mai.