IL VOTO D’OLTRALPE – Nel programma indicano giustizia sociale, economia keynesiana espansiva e tassazione progressiva. Il pressing ora è su socialisti e Verdi, per spaccarli e annullarli

(DI BARBARA SPINELLI – ilfattoquotidiano.it) – Alla fine i francesi hanno sorpreso l’intera classe politico-mediatica, domenica, dando la vittoria al Fronte Popolare delle sinistre – La France Insoumise di Mélenchon, Socialisti, Verdi, Comunisti – e mostrandosi leali nella strategia delle desistenze grazie a cui è stato possibile opporre un vasto “Fronte Repubblicano” all’avanzata di Marine Le Pen e Jordan Bardella. L’estrema destra viene addirittura confinata al terzo posto, dopo le sinistre e la coalizione di Macron, che perde più di 80 deputati ma non crolla. Non crolla per la verità neanche Le Pen, che aveva 89 deputati e ne ha ora 143; e che è pronta a prendersi una rivincita alle presidenziali del 2027, se la Camera diverrà ingovernabile come tanti predicono.
Le desistenze del secondo turno hanno visto il ritiro sistematico dei candidati di sinistra a favore di quelli del centro-destra in grado di battere Bardella, lì dove restavano in lizza tre candidati. In buona parte si sono ritirati anche i centristi, malgrado il disgusto che tuttora provano per Mélenchon.
Nonostante le profezie del centrismo macroniano sulla fine della dialettica destra-sinistra, la contrapposizione riaffiora e la sinistra è premiata. Non con forza sufficiente tuttavia, dal momento che il Nuovo Fronte Popolare è molto lontano dalla maggioranza assoluta (182 parlamentari invece di 289) e perché il peso del centro destra resta notevole. Insieme, ex Macroniani e Repubblicani sono più forti delle sinistre.
Diciamo ex macroniani perché sciogliendo l’Assemblea Macron ha dissolto anche sé stesso. Credeva di restare chiave di volta del sistema politico e invece i più importanti dirigenti del suo raggruppamento hanno preso le distanze da lui, nella campagna elettorale e ancor più domenica sera. In prima linea si sono dissociati il Premier Gabriel Attal e l’ex Premier Édouard Philippe, che da tempo si era chiamato fuori: entrambi hanno annunciato domenica una “nuova era” più democratica, e si sono presentati come leader non ancora ufficiali di un radicale cambiamento della Quinta Repubblica, destinato a spostare il baricentro della vita politica dall’Eliseo al Parlamento. È una battaglia condotta negli ultimi anni da Mélenchon. È nell’Assemblea che tocca ora cercare maggioranze più o meno fluttuanti, restituendo ai parlamentari un potere che De Gaulle aveva drasticamente ridotto nel 1958. Fenomeno non nuovo: si parla di maggioranza presidenziale perduta ma è dalle legislative del 2022 che Macron ha una maggioranza relativa, e che si è abituato a stringere ripetuti patti con le destre, specie sulla migrazione.
Per la quarta volta dunque, negli ultimi ventidue anni, l’estrema destra è bloccata quando è sul punto di prendere il potere. È accaduto nel 2002, quando Jean-Marie Le Pen sorpassò al primo turno i socialisti e fu battuto al secondo da Jacques Chirac, che nel duello finale raccolse l’82,2% dei voti pur avendo ottenuto il 19,8% al primo turno. Seguirono altri due sorpassi, quando Macron fu eletto Presidente nel 2017 e nel 2022, grazie alle desistenze delle sinistre. Nel 2022 i francesi lo detestavano più che mai, e infatti gli diedero alle legislative una maggioranza relativa. Nonostante questo respinsero Le Pen figlia. La loro incaponita resistenza continua ed è qui la singolarità della Francia.
Logica parlamentare vorrebbe che sia il Fronte Popolare, primo gruppo, a proporre il Premier all’Eliseo. Che governi con il suo programma e magari con una provvisoria maggioranza relativa, come Macron dopo il 2022. E logica vorrebbe che il candidato a Primo Ministro provenga dalla Francia Indomita, che a sinistra arriva prima malgrado il rafforzamento di Socialisti e Verdi. Ma Macron prende tempo: ieri ha respinto le dimissioni del Premier Attal. In parte perché incombono le Olimpiadi, in parte perché vuol osservare quel che accade nelle sinistre e punta al loro sfaldamento, nel desiderio di evitare il governo con gli Indomiti di Mélenchon. Quel che vuol vedere è se Socialisti e Verdi prenderanno le distanze dal Fronte e da un programma che l’Eliseo e il centro destra esecrano, perché imperniato sulla giustizia sociale, l’economia keynesiana espansiva, la tassazione finalmente progressiva, le imposte sui redditi alti e sulle corporazioni che più hanno profittato del Covid e della crisi inflazionista.
Per il momento l’unità delle sinistre regge, pur scricchiolando molto. Difficilissimo, dopo una vittoria simile, dire ai francesi che è stato tutto un bluff, che il programma di giustizia sociale e di non discriminazioni per cui hanno votato si sfalda il giorno dopo, e che ricominciano da capo le divisioni e gli intrallazzi. Ma nell’area di Socialisti e Verdi riaffiora una sorta di libido autodistruttiva, che si esprime nel desiderio di rompere con la sinistra radicale e di adottare il punto di vista che domina all’Eliseo e in tutte le reti Tv, secondo cui Mélenchon e i suoi parlamentari rappresentano l’ “estrema sinistra”. Così viene chiamata oggi la sinistra che non si rinnega: estremista, e se non basta si affibbia il marchio infamante dell’antisemitismo, che già emarginò Jeremy Corbyn in Gran Bretagna.
Negli ultimi giorni si sono avute alcune avvisaglie di regolamenti dei conti a sinistra. Prima ancora di affrontare il secondo turno, alcuni esponenti del Fronte Popolare hanno fatto capire che con Mélenchon non si governa (l’ex Presidente François Hollande, l’eurodeputato Raphael Glucksmann che ha provato a rovinare il secondo turno dicendo che Mélenchon “è un enorme problema” per la sinistra). Non è chiaro quale sia il loro peso effettivo. Dar vita a una coalizione senza la France Insoumise, con Macronisti e destra dei Repubblicani, è un formidabile azzardo. Mélenchon sarebbe solo a opporsi, e a incarnare il tradito Fronte Popolare.
Altra singolarità francese: gli elettori non si sono limitati a sorprendere, affluendo massicciamente alle urne e salutando la sinistra vittoriosa con imponenti manifestazioni di sollievo e gioia, non solo a Parigi. Hanno sconfitto l’estrema destra, scalfito spettacolarmente il potere di Macron, e screditato gli istituti di sondaggio e soprattutto la stampa scritta e audiovisiva, che per settimane ha fatto disinformazione – continua a farlo – bollando Mélenchon e il suo partito di antisemitismo, estremismo e anti-repubblicanesimo.
Uno schieramento simile disinforma anche in Italia. Il Tg della Sette, per esempio, diceva spensieratamente, sabato, che le elezioni francesi sono “importanti anche per l’Europa, i mercati e gli imprenditori”, fingendo di dimenticare che in democrazia esiste un popolo elettore un po’ più ampio. Questo rivelano le elezioni in Francia, come hanno già hanno rivelato in Italia: i cittadini non sono rappresentati dalla classe politica e lo sono ancor meno dal potere mediatico/industriale, che tranne qualche eccezione pare occuparsi solo di mercati, imprenditori e padroni della stampa. La differenza tra Francia e Italia è che la prima va a votare in massa, mentre la seconda ancora fugge nell’astensione.
“La differenza tra Francia e Italia è che la prima va a votare in massa, mentre la seconda ancora fugge nell’astensione.”
In realtà la differenza più marcata è che i francesi sono “nazionalisti” e gli italiani invece “individualisti” e “tifosi”.
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Specialmente tifosi, con tutte le consegenze del caso
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…e mafiosi. Detto in senso lato, chiaramente.
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Non è destra vs sinistra. E’ elite vs popolo. Ormai dovrebbero averlo capito anche i termosifoni.
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C’è poco da fare, la (cosiddetta) DEMOCRAZIA occidentale non ne vuole sapere di farsi governare da chi ha preso più voti tranne… nel caso sia un partito persino di destra estrema (vedi l’Italia) che in quanto destra è sempre a favore degli interessi dei potentati economici. Se messi alle strette, tra Melenchon e Le Pen preferiscono senz’altro quest’ultima. La proprietà è privata e deve comandare su tutto e tutti. Punto. E l’americano Roosevelt che di Keynes fece il suo cavallo di battaglia vincente a favore di tutti?? Un bolscevico inconsapevole, per fortuna passeggero! Insomma un incidente della Storia! Persino Henry Ford era anche lui un “comunista”. Un rivoluzionario che fece una immane fortuna col principio che anche i suoi operai potessero comprarsi le auto che producevano.
E non basta che Melenchon sia schierato per la “resistenza” ucraina per farsi accettare dalle élite che, alla fin fine, cascasse il mondo mirano a salvaguardare le loro “tasche”. Giustizia sociale? Le viene l’orticaria! Tassazione progressiva? Ma nemmeno per sogno! Economia keynesiana? Che Iddio ce ne protegga!
I primi in Italia a riflettere dovrebbero essere i “quattro moschettieri” (di sua maestà!) che pur di NON avere Conte capo dei 5* si sono buttati tra le braccia dello zero virgola Santoro, salvo poi scoprire che anche lui getterebbe nel cestino il programma sociale del M5S, considerato esagerato (infatti non ne ha mai fatto cenno). Insomma, a lui interessa solo la pace in Ucraina ma… per tutto il resto bisogna ritornare alla situazione ante guerra, guarda caso quella che ci ha condotto dritti dritti alla cosiddetta aggressione russa. Le torture agli abitanti del Don Bass?? Mai una parola detta da costui! A lui interessa solo la pace pur sacrosanta, e per il resto si vedrà. C’è da fidarsi di chi non ne parla nemmeno del resto?? Il saggio buon ragazzo di campagna direbbe: per non sbagliare a leggere e scrivere io mi fido di chi ne parla. Punto
Insomma, alla fine di tutto, per Lorsignori di cui sopra, vale il seguente principio scritto sulla pietra: l’economia finanziaria speculativa garantisce più profitti?? Sì! Noi l’accettiamo e la difendiamo anche a costo di guerre persino mondiali. Ri-Punto
Ma vuoi mettere dire NO su tutto, sperando nella chimera del 51% dei voti per poi ritrovarsi con un pugno di mosche in mano?! Saranno soddisfazioni!
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Gae, Henry Ford finanziava il partito nazionalsocialista di Hitler…..che poi in quel partito si considerasse il superamento del conflitto sociale e di classe grazie alla supremazia razziale ariana della nuova grande Germania, ampliata a tutta l’ Europa, occupata , e’ altro discorso , che con il comunismo non ci azzecca….comunismo significa internazionalismo, esattamente il contrario di nazionalismo e razzismo!
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Alessandra, una volta al potere Hitler, venne inaugurata la politica dell’appeasement (pacificazione, accomodamento) della Germania specie con l’Inghilterra di Chamberlain (e di riflesso con gli Usa), che strinse accordi di riconoscimento reciproco culminato nella conferenza di Monaco. Hitler divenne una star internazionale lodata e ammirata. Anche il giovane Kennedy, in vacanza a Berlino, non si risparmiò nel tessere elogi sperticati al futuro iniziatore della guerra mondiale. Non deve sorprendere che anche Ford lo finanziasse:
“In occasione del suo 75º compleanno, nel 1938, Adolf Hitler lo insignì della Gran Croce del Supremo Ordine dell’Aquila Tedesca, che era la più alta onorificenza del regime nazista conferibile ad uno straniero, per l’impegno della sua filiale Ford in Germania nel rifornire l’esercito nazista di mezzi blindati e nel donare tutti gli utili alla causa nazista.”.
Le cose cambiarono dopo l’occupazione della Polonia e poi dell’attacco a Pearl Harbor, allorquando si rese evidente il progetto imperiale tedesco.
Nonostante cotanto pedigree, Ford fu l’ideatore di una nuova e per certi versi innovativa politica industriale basata su un’accorta espansione dei salari e quindi dei consumi. Qualcuno sospettoso, agli inizi lo qualificò filo socialista (o comunista che negli Usa è sinonimo) vista la sua presunta generosità nei confronti delle maestranze. Fu solo un colpo di genio, al seguito dell’inaugurazione del New Deal di Roosevelt. Politica oggi abbandonata del tutto vista la maggiore remunerazione dei titoli finanziari speculativi.
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Miiiiinkia… commento subito bloccato per farlo passare come il riso, parola per parola, con lente di ingrandimento in mano!
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Dati alla mano mi risulta sfuggente questa “massiccia partecipazione dei francesi”, letta (non Enrico) in diversi commenti e articoli su Infosannio. Mi sembra che i dati definitivi parlino del 66,7% degli aventi diritto: partecipazione massiccia? Alle ultime politiche in Italia votò il il 63,9, dunque discrepanza irrisoria. La differenza è che prima i francesi disertavano le urne e nessuno ululava (ad esempio, nel 2012 primo turno votarono il 57% al secondo il 55, in Italia un anno dopo votò il 75,2%), da noi sembra una tragedia e mentre nessuno, in Francia, ha mai dato colpe agli astenuti, qui il circo mediatico è “hastatoilpopulista”. Che poi, quando alle urne si recava oltre l’80% e buona parte di elettori votavano il caro estinto.RE o suoi amici… beh, ma chi cactus se ne fregava, giusto? 🤔 Dunque era meglio votare l’ex datore di lavoro di un mafioso che restare a casa, come oggi è meglio votare chi con lui governò, anziché astenersi in quanto sfiduciati non dalla politica ma… dal ponte Morandi, dagli esodati, dall’invio armi in Ucraina, dalle posizioni ambigue che tutti tengono rispetto un valore fondamentale come dovrebbe essere la pace, dal caro prezzi, dagli stipendi (unico caso in Europa) che non aumentano, da un ponte (un altro!!) sullo Stretto del quale nessuno è riuscito a mettere la parola “fine” (ed è già costato centinaia di MILIONI di euro), etc. Cambierà mai? Può darsi, ma così fosse, non credo proprio che potrà mai avvenire attraverso un “processo democratico”. Staremo a vedere.
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