Perché nella provincia di Trento e Bolzano si vive in media 84,6 anni, e in Campania 81,4? Ma è ovvio: perché a Napoli ci si spara a vicenda per strada. E perché in Valle d’Aosta si tira avanti fino a 83,1 anni e in Lombardia a 83,9, mentre in Basilicata gli abitanti […]

(DI DANIELA RANIERI – ilfattoquotidiano.it) – Perché nella provincia di Trento e Bolzano si vive in media 84,6 anni, e in Campania 81,4? Ma è ovvio: perché a Napoli ci si spara a vicenda per strada. E perché in Valle d’Aosta si tira avanti fino a 83,1 anni e in Lombardia a 83,9, mentre in Basilicata gli abitanti mollano già a 82,5? Ma perché al Sud, come ci insegnano i neo-liberisti e darwinisti sociali da sempre lacchè della destra più feroce, la gente fino all’anno scorso prendeva il Reddito di cittadinanza, ergo soffriva di sedentarietà, causa di mortalità, stante che, come ci spiega il noto antropologo Lollobrigida, i poveri mangiano meglio, quindi fa media. Non sarà, per caso, che nelle regioni ricche ci si cura meglio, la Sanità è per lo più in mano ai privati (che godono di finanziamenti pubblici) e chi si cura lo fa a spese proprie o per mezzo di assicurazioni sanitarie, mentre i cittadini delle regioni povere devono rispettare liste d’attesa per esami o interventi che gli verranno erogati solo una volta giunti in obitorio, o sono costretti, per curarsi, a transumanze verso le regioni del Nord, dove modernissimi ospedali pubblici o convenzionati accolgono i pazienti oriundi sotto lauti rimborsi statali, cioè pagati coi soldi di tutti? Come che sia, un governo serio tenterebbe di ridurre questo divario. Aumentando l’aspettativa di vita di chi vive al Sud. Purtroppo al governo c’è gente come Calderoli, a cui Meloni, disposta a tutto pur di portare a casa il premierato (e menomale che non era ricattabile), ha concesso di scrivere la legge sull’Autonomia differenziata, appena votata alla Camera con un blitz notturno.

La legge è incostituzionale, criminale e grottesca. Basti pensare che le materie di competenza delle Regioni che ne faranno richiesta sono trattate tutte allo stesso modo: la gestione dei porti è considerata alla pari di diritti fondamentali come la salute. Il Pd che annuncia battaglia è ridicolo: Bonaccini, da presidente dell’Emilia-Romagna, nel 2017 fu uno dei richiedenti dell’autonomia insieme ai “governatori” della Lombardia Fontana e del Veneto Zaia. È stato il centrosinistra nel 2001, con la riforma del Titolo V, ad aprire la strada a questo obbrobrio, una legge ordinaria che modifica una materia costituzionale e smentisce l’art. 3 (pari dignità sociale e uguaglianza dei cittadini), l’art. 5 (la Repubblica è una e indivisibile, come indivisibili sono i diritti, che altrimenti diventano privilegi), l’art. 32 (la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti).

Dei danni della riforma del Titolo V abbiamo avuto una dimostrazione sotto Covid, quando Fontana, presidente della Regione con più morti al mondo dopo Wuhan, non istituiva zone rosse perché era autonomo e “Milano non si fermava” (in ciò d’accordo coi sindaci di Milano Sala e di Bergamo Gori, entrambi di “sinistra”), salvo poi dare la colpa a Conte e Speranza perché non avevano deciso per lui. Fu il governo Renzi a rendere a pagamento 208 esami diagnostici prima gratuiti e poi classificati dalla ministra Lorenzin come “non necessari” (funzionava così: non erano necessari tutti quegli esami che non portavano alla morte del paziente, il quale però se nel frattempo decedeva non poteva fare causa al ministero); poi mentì dicendo che col Sì al referendum il cancro sarebbe stato curato allo stesso modo in tutte le regioni.

Nel 1993 le Usl, Unità Sanitarie locali, istituite nel 1978 col Ssn, hanno preso il nome più sbarazzino e performante di Asl, Aziende Sanitarie locali, e un’azienda è una cosa precisa: al posto di un direttore-funzionario pubblico, un direttore-manager, e precipuo compito del manager, nel post-welfare, è quello di far quadrare i conti. Alle Asl spetta il compito di assicurare i livelli essenziali di assistenza (Lea), servizi che il Ssn è tenuto a fornire a tutti i cittadini. La riforma più recente dei Lea risale al 2017, e Calderoli e il governo che gli si inchina (col ministro della Sanità Schillaci che ha pure l’aggravante di essere medico) si sono scordati di ristabilirli, mentre hanno trovato il tempo di ribattezzarli Lep, Livelli essenziali di prestazioni, che dà subito l’idea di un governo efficiente e smart, anche se, mannaggia, non ci sono le risorse per finanziarli (37 miliardi di euro sottratti alla Sanità in 10 anni: si può battere il record). È chiaro il progetto: spingere i cittadini sempre più verso il privato e creare una sotto-Sanità pubblica per pazienti indigenti, con meno medici, verosimilmente più scadenti, e più morti precoci (e meno pensioni). Ci fa specie Meloni, che ha preso i voti urlando di Patria: nelle “tesi di Trieste”, manifesto di FdI, c’è scritto “Nessuna concessione da parte nostra alle spinte che mettono in discussione l’unità d’Italia e alimentano l’egoismo localistico”. Ha voglia, lei, a farsi chiamare Giorgia perché è una del popolo: ci spieghi come mai questa legge piace di più alle regioni ricche.