Quel triplo successo incassato dalla premier

(FLAVIA PERINA – lastampa.it) – Giorgia Meloni festeggia un triplo successo: non solo incrementa la quota di consenso delle ultime elezioni politiche ma è anche l’unico premier dell’Unione Europea a non pagare pegno al suo ruolo di governo e con tutta probabilità risulterà la più votata d’Italia nelle scelte di preferenza. L’ha favorita la tendenza europea, la decisione di gestire la campagna come un duello personale con la leader del Partito democratico Elly Schlein, ma soprattutto una corsa elettorale pragmatica e senza inibizioni, tutta puntata a tenere dentro al recinto di Fratelli d’Italia gli elettori potenzialmente ammaliati dalle sirene del sovranismo salviniano.

Certo, non si è visto il boom che altri leader in passate stagioni hanno vissuto dopo l’ingresso a Palazzo Chigi, il favoloso 40 per cento di Matteo Renzi o l’inaspettato 34 per cento di Matteo Salvini. Ma non sono più quei tempi. Poco o niente da distribuire in provvedimenti mirabolanti, due guerre alle porte, una generalizzata incertezza sul futuro. E poi l’exploit delle destre che altre nazioni vivono in queste ore, l’Italia lo aveva già consumato nel 2022: l’obiettivo di Meloni era consolidare quel risultato, non produrre ulteriori scintille.

Al termine di una maratona tutta incentrata sui temi politici interni, c’è anche un quarto dato che premia FdI: la solidità del governo, i rapporti tra i partner della coalizione, gli equilibri faticosamente trovati nell’ultimo anno, non sono messi in discussione dagli esiti del voto. Meloni resterà premier indiscussa, gli altri continueranno a esercitare più o meno gli stessi ruoli con le stesse modalità. Non c’è alcun numero nelle tabelle dei risultati che incoraggi tentazioni all’azzardo di uno o l’altro socio di maggioranza, ne’ pericolose sortite dal fronte dell’opposizione. Le scelte degli italiani possono essere riassunte in una sola parola: continuità.

Vista nel quadro continentale la situazione italiana risulta, una volta tanto, molto stabile. I rivolgimenti in corso in Francia, in Germania, in Belgio, non ci toccano. Anche guardando alla coalizione, la sfida per la supremazia tra Lega e Forza Italia perde di senso se confrontato con il terremoto di Parigi che ha provocato la decisione di Emmanuel Macron di sciogliere l’Assemblea e chiamare le elezioni parlamentari a fine giugno. O con l’allarme tedesco per l’avanzata tumultuosa di Afd. Entrambi gli alleati di Meloni non hanno molti argomenti per cantare vittoria. Salvini non riesce a intercettare il vento potentissimo che in tutta l’Unione ha portato i partiti sovranisti a moltiplicare le percentuali: neppure il generale Roberto Vannacci è riuscito a ri-gonfiare le vele leghiste. E Antonio Tajani magari ce l’ha fatta a rianimare Forza Italia dopo la morte di Silvio Berlusconi ma pure lui deve guardare con invidia i risultati dei popolari negli altri Paesi.

E tuttavia entrambi troveranno argomenti per stappare champagne. Salvini potrà brindare per il clamoroso risultato di Marine Le Pen (e magari pure per quello di Alternative Fur Deutschland, che potrebbe essere recuperata nel gruppo di Identità e democrazia). Il vicepremier e ministro degli Esteri Tajani potrà esultare, oltre che per i risultati di lista, perché il «suo» Partito popolare europeo (Ppe) resta baricentro della maggioranza all’europarlamento e il bis di Ursula von der Leyen come presidente della Commissione europea torna a essere l’opzione più credibile per il dopo-voto che abbiamo appena vissuto.

Poi, certo, dovevano essere le elezioni della spallata delle destre alla Grosse Coalition di Bruxelles, la madre di tutti i ribaltoni, il voto che avrebbe esportato in Europa il modello italiano mandando le sinistre e i Verdi all’opposizione, ma al momento le condizioni per la rivoluzione non si vedono.

La maggioranza popolari-sinistre-liberali resta in sella, anche se con un margine non esaltante. Il Ppe, con il presidente Manfred Weber, ha già lanciato un appello agli alleati per rinnovare il patto che ha retto la Commissione Ue negli ultimi cinque anni. E per quel patto dovranno passare anche gli italiani se vorranno conservare una rilevanza e una voce ai tavoli europei: la vicepresidente delle destre Ecr, Assita Kanko, già parla di disponibilità a confrontarsi sul programma.