Il rito all’italiana regge perché è lo spazio in cui si confrontano speranze e malumori delle classi dirigenti. Bisogna essere iperbolici, assertivi, far ridere e chiamare l’applauso tra esortazioni e sberleffi all’avversario

Il leader di FI e vicepremier Antonio Tajani sul palco della manifestazione di ieri a Napoli

(FLAVIA PERINA – lastampa.it) – Diario dell’ultimo giorno di campagna elettorale. Matteo Salvini ha rivelato su TikTok di avere un orzaiolo. Ha detto che vorrebbe un altro figlio e ha messo sui social una card calcio-sovranista: Meno Europa è la testata di Zidane a Materazzi, Più Italia è Zoff che alza la Coppa del Mondo. Carlo Calenda ha detto che Giorgia Meloni in Albania ha perso la brocca, che i soldi a Tirana per prendersi migranti saranno un boomerang e che Mario Draghi deve essere presidente della Commissione Europea in quanto personaggio più autorevole d’Europa. Anche Matteo Renzi pensa che Draghi è perfetto ma lui ha pure un piano B nella persona di Antonio Tajani, anche perché – dice – in questi lavori europei una certa mediocrità aiuta.

Antonio Tajani ha istituito il Tavolo nazionale e internazionale per la valorizzazione della musica popolare ed è stato accolto alla stazione di Napoli da un bagno di folla che intonava «Chi non salta comunista è». Nicola Fratoianni non sa bene che fine faranno i deputati che eleggerà perché un po’ andranno con il gruppo dei socialisti e un po’ con i Verdi, però è certo che si è chiusa un’era così definita: lunga stagione di irrilevanza, fragilità e frammentazione a sinistra.

Dopo aver detto e fatto tutte queste cose i leader si sono avviati verso le piazze dei rispettivi discorsi finali. Salvini, Tajani, Renzi-Bonino, Calenda e Fratoianni-Bonelli hanno deciso infatti di chiudere la corsa europea un giorno prima del blackout fissato per la mezzanotte di oggi. Gli altri (Elly Schlein, Giuseppe Conte) rispetteranno invece la regola del last minute e parleranno in giornata. Nessuno si è sottratto al rito del comizio, quintessenziale tradizione italiana fin dall’epoca della romanità repubblicana. Da allora il format si è un po’ sciupato: andare in piazza è faticoso, farlo per sentire qualcuno che da venti giorni spunta in ogni tv, radio e social è ai limiti dell’autolesionismo. E tuttavia il comizio all’italiana regge soprattutto perché è il luogo dove si confrontano i malumori e le speranze delle classi dirigenti locali mobilitate in autocolonna dai vertici: come va da voi? Che dicono i sondaggi vostri? Ti va uno spritz?

Le differenze tra i vecchi comizi e quelli odierni spiegano bene l’evoluzione dei partiti e il loro ingresso nella modernità liquida. Tutti, una volta, si distinguevano al primo colpo d’orecchio. La destra aveva l’Inno a Roma, il Pci Bandiera Rossa, la Dc O Bianco Fiore («Udimmo una voce, corremmo all’appello, il segno di Croce sta sul mio fratello»). Silvio Berlusconi, che era nuovo, dovette commissionare una canzone di partito su misura ma poi prevalse la canzonetta di un veronese, Meno male che Silvio. Oggi gli organizzatori per creare un’emozione si devono rifugiare nel pop vintage. Forza Italia a Napoli ha aperto con Pino Daniele, la Lega ha usato Francesco De Gregori, FdI le hit Rino Gaetano e Smaila Junior con la disco anni’80. Si potrebbe osservare che nell’era dell’assolutismo identitario pigliarsi identità canore di altri mondi e altre epoche autorizza sospetti sulla effettiva forza di certe aspirazioni egemoniche. Ma siamo nel 2024 del pensiero istantaneo, della memoria del pesce rosso. Bob Dylan si può portare pure sulla mimetica d’assalto.

E dunque, voci dai comizi. Con l’eccezione sobria di Emma Bonino, che parla davvero di Europa a fianco del suo “candidato in camper” Eric Josef, bisogna essere iperbolici, assertivi, far ridere anche un po’, chiamare l’applauso con il crescendo delle esortazioni e degli sberleffi all’avversario. Un genere difficilissimo. Matteo Renzi (Roma, Piazza di Pietra) è tra i più abili: «Meloni fa del coattismo la sua cifra istituzionale». «Salvini afflitto da sdoppiamento di non-personalità». «Chiediamo il voto non su un nome ma su un sogno».

Tajani tradizionalista: dedica la campagna (come ogni altra) a Silvio Berlusconi e si schernisce negando di essere il suo erede perché «gli eredi siete tutti voi, militanti, iscritti, quelli che stanno ai gazebo, per strada, fino all’ultimo minuto, e non chiedono nulla». A Berlusconi intitola idealmente pure la piazza dove sta parlando, Piazza Matteotti di Napoli: se uno è un martire della libertà, dice, l’altro è paladino della medesima. Quindi ci sta.

Salvini parla a Roma, Santissimi Apostoli, la location dove i partiti si rifugiano quando temono numeri modesti. Militaresco. «Abbiamo il Capitano, il Generale e voi siete la fanteria». Scaramantico: «Sabato e domenica prossimi la grande e bella sorpresa sarà la nostra Lega, con tanti saluti a gufi e menagrami». Salutista: «Mai la droga, chissà se si facesse il test in Parlamento, boh, andiamo avanti». Ripetitivo: «Caro Macron se vuoi la guerra mettiti l’elmetto e parti (frase cult della campagna da almeno un mese). Il generale Roberto Vannacci, ormai spalla fissa del tour, poco prima aveva assicurato che Vladimir Putin non è peggio di Iosif Stalin, paragone che nel suo intento doveva risultare rassicurante: 20 milioni di deportati o internati nei gulag, che sarà mai?

Fratoianni a Torino (piazza Castello) lancia la battuta antifascista sulla social card appena rinnovata dal governo – «sono nostalgici della tessera del pane» – ma la star del comizio di chiusura non è lui né il leader verde Angelo Bonelli: è Ilaria Salis in video-collegamento dagli arresti domiciliari a Budapest. Contorno super-militante con l’ex-sindaco di Riace Mimmo Lucano, Manon Aubry (la Ocasio Cortez francese), la musica resistente dei Modena City Ramble e dello Stato Sociale. Da Milano Ignazio La Russa manda a dire che la scelta di Salis stona, che è come se FdI a suo tempo avesse candidato i due marò (in realtà ci provò, promettendo posti sicuri, ma siamo tutti pesci rossi, figuriamoci chi se lo ricorda).