Il presidente russo  Vladimir Putin

(DOMENICO QUIRICO – lastampa.it) – D’accordo. Da più di vent’anni il mondo è arcipieno di mutamenti, guerre, genocidi, sovversioni, terrorismo. Il rinascere di guerre di religione e di pulizie etniche ci ha portato oltre la paura rendendoci sordi e insensibili. Abbiamo perso la memoria e, storditi, abbiamo dimenticato cosa c’era prima e non cerchiamo di spiegare l’inaudito. Il disordine ci circonda con la stessa normalità delle nubi sopra la testa. Che le trattative diplomatiche ad esempio quelle importanti, siano affidate ormai ai capi dei servizi segreti, non provoca neppur moti di sbigottimento. E allarme. Ma esser succubi del disumanare le parole, districarle dal pensiero e dal contenuto logico per dare alle tessiture fonetiche un ordito cubofuturista, questo è davvero troppo.

A breve, su brusco invito di Zelensky, galopperanno verso Ginevra, ultimo sito neutrale in un mondo di blocchi da cui i reciproci epiteti ingiuriosi escono a fiotti, si svolgerà una «conferenza di pace». Leggo ed esulto. Allora la ragione sa ancora fare miracoli senza bisogno di interventi dello Spirito Santo! Poi scopro un dettaglio: alla epifania elvetica del Miracolo non è stata invitato l’altro protagonista della guerra, quella che esplicitamente l’ha avviata nel febbraio del 2022, la Russia di Putin.

Anche a voler utilizzare un immenso arsenale di metafore che cosa c’entra la parola pace in un aeropago dove tra gli assenti, tra l’altro ricercato con l’anatema di criminale di guerra, figura il soggetto con cui, purtroppo ma per necessità, bisognerebbe imbastire la fine della guerra? Usiamo un lente di ingrandimento per scrutare le conferenze internazionali in cui è stata usata la parola pace come comune denominatore per mettere insieme un universo vibratile di situazioni diverse. Congresso di Vienna del 1814. il regime napoleonico portatore di guerre distruttrici e di dettati di pace terroristici che aveva solcato l’Europa in lungo e in largo era appena stato vinto ma aveva lasciato dietro di sé troppa violenza e troppe imposizioni perché si potesse tornare alle trine settecentesche fatte di guerre senza passioni e di accordi senza vendette. Le potenze decisero, saggiamente, che per rifondare un ordine internazionale abbastanza solido, fosse necessario una base profonda di principi. Scelsero la legittimità, che non era la soppressione dei principi liberali nati dalla Grande Rivoluzione (un fatto sgradevole per loro, come la Russia di Putin per noi ma non aggirabile); era riportare un ordine nell’ingarbugliato status territoriale europeo. Sedeva al tavolo con i vincitori, a pieno titolo, il camaleontico Talleyrand rappresentate del paese nemico, ovvero la Francia.

A sproposito la parola pace garriva nei saloni di Versailles nel 1919 dove i vincitori della prima guerra mondiale si riunirono per spartirsi il bottino e dettare agli imperi centrali, si badi bene, arresisi senza condizioni, la punizione. I loro delegati furono convocati alla fine, per firmare senza discutere. Fu un fiasco clamoroso che fece sì che il cinico nichilismo geopolitico si trasferisse nel suo mostruoso pronipote, il maniacale nichilismo hitleriano. La conferenza di pace alla Zelensky è formattata appunto sulla religione della vittoria totale: i russi si ritirino preventivamente sulle posizioni del 2014 con armi e bagagli, risarciscano i danni causati della invasione e poi si discuterà. Ma per dettare condizioni all’aggressore, cosa legittima (ma osservando alcune cautele) bisogna prima aver ottenuto la sua resa senza condizioni. Dettaglio che sciaguratamente, nonostante eroismi, miliardi e armi risolutive, con la Russia di Putin non si è ancora verificato. Per entrare nel faticoso laboratorio almeno di una tregua bisogna declinare ben altro abbecedario diplomatico, non quello guerrafondaio per di più basato sul nulla. In primo luogo trovare un mediatore.

Di possibili forse c’è solo l’India, potenza come si dice emergente ma non troppo allineata, ovvero che non si limita a fotocopiare gli ordini di Washington e non alimenta la causa putiniana. Poi c’è un il delicato ma obbligatorio passaggio dell’uti possidetis: ovvero gli scontri si interrompono all’ora x lungo su tutto il fronte congelando, provvisoriamente, le posizioni occupate dai due eserciti. Una commissione di controllo dovrà verificare le violazioni. Il che non significa riconoscimento in nome del determinismo storico di quanto è avvenuto sul campo di battaglia. Il motto di un negoziato dovrebbe essere: e perché no? Quello che non deve mancare è un quadro definito di criteri di principio e di scopi da raggiungere in cui le reciproche soddisfazioni si compensino. Questo quadro è la creazione di condizioni solide per la coesistenza tra ucraina e russia come è ora non come vorremmo fosse e forse un giorno sarà, a cui le condanna la geografia. E un compromesso di equilibro tra le tre grandi potenze che eviti, modestamente, il ripetersi nuovi focolai di guerra e non aspiri a sciogliere il nodo escatologico del destino umano.