Alle Europee Giorgia chiede un referendum su se stessa. Tanto al popolo si rifila di tutto. E dovesse andare male, chi se ne importa

(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Non sarà sul premierato, la madre di tutte le riforme, che si deciderà il destino politico di Giorgia Meloni. “Se non passa chi se ne importa…”, ha liquidato la questione pochi giorni fa la premier. Se gli italiani dovessero bocciare il referendum, amici come prima. “Io arrivo alla fine dei cinque anni e chiederò agli italiani di essere giudicata”, ha assicurato non più tardi di qualche giorno fa la presidente del Consiglio.
Che sarà mai, d’altra parte, la bocciatura di quel popolo al quale si vanta continuamente di appartenere? Lo stesso popolo che tira ora in ballo anche in vista delle Europee di sabato e domenica prossimi per giustificare la candidatura ad uno scranno sul quale, pure se eletta, non siederà mai.
“Voglio sapere dagli italiani se sono soddisfatti del lavoro che stiamo facendo, sia a livello nazionale che europeo – ha confidato in un’interista al Tempo -. L’ho fatto pure perché, oltre ad essere presidente di Fratelli d’Italia, sono presidente dei Conservatori europei e dare più forza a FdI e ai Conservatori significa avere la possibilità di cambiare le politiche europee. Ma l’ho fatto anche perché voglio che sia chiaro il messaggio che, votando Fratelli d’Italia l’8 e il 9 giugno, si voterà per dare ancora più peso all’Italia in Europa. Siamo alla vigilia di un voto decisivo, un vero e proprio bivio”.
Stavolta il referendum lo chiede direttamente su se stessa. Dovesse andare male, tanto, siamo in Italia. Al popolo si rifila di tutto. E alla fine della fiera chi se ne importa.
Ma infatti …. ci mette la faccia …. o al limite il c..o….
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Questa o quello per lei pari sono!
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SERGIO RIZZO
Io so’ io
Come i politici
sono tornati a essere intoccabili
Prefazione
di Gian Antonio Stella
Basteranno 83 persone a soddisfare la bulimia operativa di Sua Eccellenza il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida? L’angoscioso interrogativo (ci sarà lo spazio fisico per una scrivania a testa nella sede pur capiente di via XX Settembre?) emerge dalla lettura delle 521 pagine del dossier Legge di Bilancio 2024, dove si legge appunto d’un «incremento delle risorse» (per un paio di milioni di euro) destinate «all’indennità accessoria di 83 unità di personale preposte agli uffici di diretta collaborazione» del dicastero.
Traduzione: lo staff che lavora gomito a gomito col ministro e due sottosegretari. In cima, in cima, in cima alla massa di dipendenti ministeriali. Un po’ scelti tra quelli già precedentemente a disposizione della struttura, un po’ presi da altri uffici o direttamente da FdI e dintorni. Ma tutti fedeli. E così numerosi da formare una falange tebana.
In altri anni la cosa sarebbe finita in prima pagina. Tanto più trattandosi del cognato della presidente del Consiglio. Oggi no. Questione di ondate. Di storture denunciate con lo stesso spirito di servizio giornalistico a destra e sinistra da chi vorrebbe un Paese migliore, ma cavalcate da questa e quella fazione politica con scandalizzata indignazione o flemmatica noncuranza, a seconda della convenienza del momento: «Cui prodest?». A chi giova?
Nessuna sorpresa. Basti ricordare lo sdegno sacrosanto per certi «voli blu» come quello dell’allora presidente della Camera Fausto Bertinotti a Parigi per un evento simil-mondano, o dell’allora ministro Clemente Mastella, che col figlio si fece dare un passaggio sull’aereo di Stato di Francesco Rutelli che andava a Monza per la premiazione del Gran Premio, e pochi anni dopo, all’opposto, l’indifferenza assoluta e complice per l’elicottero della Protezione civile usato da Silvio Berlusconi per andare a farsi un massaggio in Umbria da Mességué. Altri tempi. Al punto che proprio nella bellissima beauty farm attuale di Mességué si daranno appuntamento per un conclave nel gennaio 2024 i democratici di Elly Schlein.
«Il reato di finanziamento illegale dei partiti è uno di quelli che vanno e vengono. Dieci anni fa non sarebbe venuto in mente a nessuno» disse un lontano giorno del novembre 1992 Gianni De Michelis, sbuffando per la tempesta di Mani Pulite dalla quale era stato travolto. La questione morale? «Sono come un atleta che ha subito una frattura. Per un po’ so che devo stare fuori. Ne prendo atto e buonanotte.»
Aveva ragione, nel suo amaro cinismo. È passato poco più di un decennio dalla legge Severino «per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione», che passò nell’ottobre 2012 col voto favorevole di 480 deputati di sinistra e di destra (era favorevole anche la Lega, pur essendo all’opposizione del governo Monti) con 19 contrari e 25 astenuti, tra cui il futuro braccio destro di Giorgia Meloni, Alfredo Mantovano. Eppure quella legge rifiutata allora soltanto dai «talebani» dipietristi (sembrava loro troppo poco severa coi corrotti anche se poi sarebbe stata determinante nel 2013 per far decadere il Cavaliere da senatore) pare adesso non andar più bene a nessuno. Men che meno alla destra di governo, che non perde occasione per ribadire la necessità di «ritocchi». Del resto già applicati nei fatti. Basti ricordare il caso di Augusta Montaruli, piazzata come sottosegretaria all’Università e Ricerca a dispetto d’una condanna definitiva in Cassazione per peculato presa quando era consigliera regionale in Piemonte. Un tempo («Aspettiamo il giudizio di terzo grado!») sarebbe stato impensabile. Oggi no.
Eppure è proprio in tempi come questi, in cui l’attenzione per le storture che dicevamo è decisamente meno vigile rispetto al passato, che un libro come Io so’ io di Sergio Rizzo, col titolo ispirato alla tracotanza guascona del potere del Marchese del Grillo di Mario Monicelli ripresa dal celebre sonetto romanesco di Giuseppe Gioachino Belli, è indispensabile. Perché dimostra come, sopita la rabbiosa indignazione popolare per i costi spropositati della cattiva politica, da non confondere con quella buona quale che sia il suo orientamento, certi andazzi siano ripresi come nulla fosse successo, esattamente come prima.
Perché sì, l’abnorme aumento delle spese per gli affitti delle diverse sedi della Camera e del Senato, che nel giro di trent’anni si erano moltiplicati per 41 volte (quarantuno!), non esiste più. E va riconosciuto. Come vanno riconosciuti altri tagli imposti dai fatti. Nel suo nuovo reportage però, oltre a ciò che riguarda la smisurata falange tebana di Lollobrigida, Rizzo ha raccolto una serie di denunce da lasciare sconcertati. Com’è possibile, per esempio, che un Parlamento amputato di circa un terzo dei suoi deputati e senatori costi esattamente come prima se non di più?
Ma lo ricordate lo striscione trionfale dei grillini nell’ottobre 2019 davanti a Montecitorio per festeggiare quel taglio passato con 553 voti a favore, 14 contrari e 2 astenuti? «Meno 345 parlamentari. 1 miliardo per i cittadini.» Boom! «Secondo un calcolo fatto con Tito Boeri il taglio di 345 parlamentari permetterà di risparmiare 22 milioni di indennità all’anno, 35 milioni di rimborsi spese, diaria e assistenti e altri 20 milioni per i vitalizi e la doppia pensione per un totale di un’ottantina di milioni l’anno, ma non abbiamo calcolato alcuni costi variabili: con meno eletti il Parlamento spenderà meno in computer, pulizia e produzione di carta» precisò in realtà l’economista Roberto Perotti. Con un risparmio «oscillante tra gli 80 e i 100 milioni di euro l’anno. Quasi mezzo miliardo a legislatura». Il ministro grillino Riccardo Fraccaro era d’accordo: «Mezzo miliardo a legislatura». Ma il capogruppo alla Camera Francesco D’Uva raddoppiava: «Un miliardo! Da reinvestire in servizi ai cittadini: nuovi treni, più personale medico, aule nuove nelle nostre scuole». E così fu, la promessa.
Demagogia. Ricorda Rizzo che nella legislatura avviata nell’ottobre del 2022, «sebbene il numero dei parlamentari sia ridotto del 36,5 per cento, le dotazioni finanziarie di Camera e Senato non si riducono di un centesimo». Totale, a dispetto degli impegni: «Poco meno di un miliardo e mezzo: 943.960.000 euro alla Camera, 505.360.500 euro al Senato». Risultato: «Se dividiamo il totale per il numero degli onorevoli scopriamo che il peso sull’Erario di ogni seggio alla Camera, tutto compreso, è di 2.359.900 euro: 861.559 euro in più. Mentre al Senato il costo è di 2.465.173 euro: 885.922 euro in più».
Dicono: colpa delle spese fisse che restano tali anche se gli eletti sono molti meno. Vero. Mica si possono mandare a casa i dipendenti. Certo è che questi risultano pagati assai: al Senato ce ne sono 595 e stando ai bilanci interni «fra il 2001 e il 2023 il compenso medio pro capite passa da 96.650 a 201.680 euro lordi l’anno». Un aumento reale, al di là dell’inflazione, «del 36,2 per cento». Minore è l’accelerazione alla Camera: più 25,2 per cento. «Ma fantascientifica per il resto del genere umano statale. La paga media annua lorda di un dipendente dell’amministrazione centrale dello Stato si aggira intorno a 38.000 euro. La crescita reale rispetto al 2001 è dell’1,3 per cento. Una miseria.» Offensiva in confronto alla «scala mobile deluxe» rimasta in vigore nel Palazzo.
Dice tutto, del resto, una ricerca nell’archivio Ansa sui «costi della politica». Da quando è al governo, per esempio, Giorgia Meloni, che nel 2018 rivendicò in un’intervista al «Tempo» che «quella contro i vitalizi è una battaglia storica di Fratelli d’Italia, che per primo ha posto il problema in ogni sede istituzionale e parlamentare, quando il Movimento 5 Stelle ancora non esisteva», non ne ha mai fatto cenno. Né nel lunghissimo discorso di insediamento di 19.402 parole, né in una qualsiasi dichiarazione ripresa dall’Ansa. Mai. Come se il taglio degli «insopportabili e odiosi privilegi» (parole sue) non la riguardasse più. Come non fosse stata lei a scrivere su Facebook, dall’opposizione, che «occorre colpire la cupola dei privilegiati, i boiardi di Stato, i supermanager, gli anacronistici burocrati che nessuna riforma è mai riuscita a scalfire». Contraddizioni.
Una delle tante segnalate nel libro. Da quella di Renato Brunetta, che prima guida Forza Italia come capogruppo a votare per abolire il Cnel e poi, fallita l’abolizione, ne diventa il presidente su nomina dei partiti contro cui s’era dimesso perché avevano buttato giù Draghi, fino alla rivendicazione d’appartenenza a FdI («il nostro partito») del dirigente Rai Paolo Corsini dopo anni di polemiche (giuste) contro l’occupazione dei partiti dell’azienda radiotelevisiva pubblica e la promessa di «far entrare aria fresca». Dal conflitto di interessi di Marina Elvira Calderone, che per diventare ministra del Lavoro si dimette dalla presidenza dei Consulenti del lavoro lasciando la poltrona al marito Rosario De Luca, alla coppia formata da Nicola Fratoianni ed Elisabetta Piccolotti, marito e moglie che a Montecitorio «rappresentano quasi un quinto del gruppo parlamentare Alleanza Verdi e Sinistra» e sono forse l’esempio più conosciuto, coi «Melones», della parentopoli politica che coinvolge non solo mariti e mogli ma fratelli e sorelle, cognati e cognate, figli e cugini con ramificazioni nelle Regioni, nei Comuni, nelle aziende di Stato, nel retrobottega del potere nazionale e locale.
Un andazzo antico, che Giorgia Meloni liquida nel gennaio 2024 in un’intervista a «Quarta Repubblica»: «Adesso le do io le carte, nel senso che le danno gli italiani. L’Italia è una Nazione nella quale vige l’amichettismo, ci sono questi circoli di amichettisti dove c’è un indotto. È finito quel tempo, com’è finito il tempo in cui per arrivare da qualche parte serviva la tessera di partito, questo è il tempo del merito». Parole comprensibili, se ogni singola nomina del suo governo non fosse stata nuovamente dettata dall’ansia di piazzare finalmente «amichetti» (a volte anche di valore, ma «amichetti», melonianamente parlando) propri.
Come furono parole d’oro, sul fronte opposto, quelle dette da Matteo Renzi nel gennaio 2018 a «Matrix», la trasmissione di Nicola Porro: «C’è l’idea che chi fa politica sia un po’… traffichino, si dice a Firenze. Siccome credo alla trasparenza, mi sono portato qua il conto corrente di quando ho iniziato a fare il presidente del Consiglio e il conto corrente di oggi pomeriggio… Avevo 21.395 euro il 30 giugno 2014, oggi 15.859. È molto importante per me questo passaggio. Io sulla trasparenza non faccio sconti a nessuno. E le dico, Porro, e voglio dirlo a chi sta qui e voglio dirlo a chi ci segue da casa: se volete fare i soldi non fate politica. Fai politica perché hai un interesse, hai un ideale, hai passione… Poi puoi essere più o meno bravo… Se vuoi fare i soldi vai nelle banche d’affari, non ti metti a fare il politico. Chi fa il politico ha questi conti correnti, se ne ha altri c’è qualcosa che non va». Va da sé, scrive Rizzo, che davanti a una dichiarazione di 3.187.769 euro come quella presentata dallo stesso Renzi per il 2022 dove veniva «moltiplicato per 201 volte quel conto corrente mostrato in tv» è legittimo chiedere: non ci sarà qualcosa che non va?
No, risponde il fondatore di Italia Viva: anche Bill Clinton e Barack Obama e Tony Blair e Nicolas Sarkozy hanno fatto i soldi con i libri e le conferenze dopo essersi dimessi da presidenti e da premier. «Dopo» però, insiste l’autore di Io so’ io: «Dopo aver lasciato il potere ed essere usciti dalla politica. Mentre Renzi, pur non essendo più un capo di governo, è senatore e pure il capo di un partito capace di condizionare i governi, com’è successo nel passaggio dal secondo esecutivo di Giuseppe Conte a quello di Mario Draghi». Un lobbista di sé stesso elevato al cubo. Cosa che in Italia purtroppo no, ma nei Paesi seri è vietata.
Sarebbe un peccato, però, non ricordare ancora uno dei punti nevralgici qui toccati dal giornalista oggi a «L’Espresso». Il rischio di un moltiplicarsi di conflitti tra le Regioni e lo Stato avviati con la forzatura sul titolo V della Costituzione voluta dalla sinistra (con una maggioranza risicatissima) nel 2001 nel tentativo di rubacchiare voti alla Lega Nord: «Dal 1995 al 2000 il governo ha impugnato davanti alla Corte costituzionale quarantasei leggi regionali: una media di nove l’anno. Ma dal 2001, quando i poteri regionali sono stati ampliati improvvidamente, al 2014 le impugnazioni sono state 871. In media 62 l’anno». E dopo la bocciatura del referendum renziano del 2016 la situazione è precipitata. Al punto che, cinque anni fa, l’allora ministro Francesco Boccia sbottò: «Ogni anno vengono impugnate oltre 120 leggi regionali. Così non si può andare avanti».
Nel 2023, col governo di destra e gran parte delle Regioni in mano alla stessa destra, la conflittualità è stata più contenuta: 83 ricorsi dei quali 68 promossi dallo Stato e 15 promossi dalle Regioni contro leggi statali. Ma se poi, in condizioni diverse, passasse la riforma sull’autonomia differenziata fortissimamente voluta da Roberto Calderoli ma assai meno appassionatamente vista da Giorgia Meloni? Auguri.
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Poi si arrabbiano se la gente non va più a votare…
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Cadono le braccia e tanto altro… questa è roba da Medio Evo. Che paese fallito e bollito siamo!
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A vangare la terra questo dovrebbe fare gli restituirebbe innanzitutto tono fisico e rettitudine morale.
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«…Presidenta dei Conservatori Europei”. Ovviamente non si intende scuole di musica, magari! In compenso questi conservatori si conservano nel modo sbagliato. Già andati a male tutti.
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Battuta troppo forte: «Presidenta dei Conservatori Europei»: la solita musica! 🤣
Sono synpatico o no? 🤦🏻♂️
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Sarà una mia impressione, ma la nana malefica mi pare un po’ nervosetta… Oggi ha varato un decreto fuffa sulle liste d’attesa nella sanità, sperando di circuire qualche elettore gonzo. E’ chiaro che teme di prendere una batosta alle elezioni. Mi ricordo che Renzi fece lo stesso pochi giorni prima del referendum costituzionale, che poi infatti perse. Fu fortunato con gli 80 euro, ma anche in quel caso temeva una sconfitta del PD. Del resto, se prometti e poi non mantieni, alle elezioni successive gli elettori ti puniscono.
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Per farsi un’idea sulla popolarità della PO PO LA NA figlia del PO PO LO.
E di pregiudicato narcotrafficante…
https://x.com/rotre54/status/1798084592857141677?t=Q0JLWmZul76oe0zrB7EXLw&s=19
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