L’idea di patria è costantemente messa in crisi dalla democrazia del benessere, che porta a sacrificarsi solo per “buone ragioni”: ma queste sono diventate dalle nostre parti una merce rara

(GIOVANNI BELARDELLI – ilfoglio.it) – “Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”. Questa frase – pronunciata da un giovane ucraino diciottenne in procinto di partire volontario per il fronte – è entrata sere fa nelle case di tanti italiani attraverso un tg della Rai. A chi vi abbia prestato attenzione (era pur sempre l’ora di cena) quelle parole saranno sembrate provenire da un altro pianeta. E in un certo senso è davvero così: rimandano infatti a un insieme di valori e sentimenti – la disponibilità a separarsi definitivamente dai propri affetti e il sacrificio estremo di sé per difendere il proprio paese – che sono usciti da tempo dalla nostra cultura. Non è stato sempre così, come sa chiunque conosca un po’ di storia a cominciare dalle vicende che portarono alla nascita dello stato italiano.
“Chi per la patria muor / vissuto è assai, / la fronda dell’allor / non langue mai. / Piuttosto che languir / sotto i tiranni / meglio è di morir / sul fior degli anni”. Così cantavano – modificando con il riferimento ai tiranni il coro di un’opera di Mercadante – i fratelli Bandiera e i loro compagni un giorno del luglio 1844, mentre andavano verso il luogo dove sarebbero stati fucilati. E’ possibile che l’episodio sia stato inventato successivamente, ma esemplifica bene quella disponibilità a dare la vita per l’indipendenza italiana che caratterizzava i patrioti del Risorgimento ed è testimoniata da tante “ultime lettere” ai propri cari. In molti di loro, giovani colti che si erano formati (e commossi) alla lettura dei poeti dell’epoca a cominciare da George Byron, la disponibilità al sacrificio si alimentava anche di una certa predisposizione romantica per la morte. Fatto sta che quella disponibilità c’era per davvero, come ci sarebbe stata in altri momenti della nostra storia. E’ il caso dei giovani partiti volontari nel 1915 o dei partigiani saliti a combattere sulle montagne trent’anni dopo per liberare il loro paese, animati anch’essi da un’etica del sacrificio non dissimile da quella del giovane ucraino citato all’inizio.
Ma anche la disponibilità alla “morte per la patria” dei partigiani – della gran parte se non proprio di tutti (c’erano anche quelli per i quali la lotta di classe contro i padroni e per il socialismo passava avanti a ogni cosa) – appare oggi lontana; su questo le lettere dei condannati a morte della Resistenza parlano una lingua che ci è diventata sconosciuta. Non vuole essere un rimprovero (e rivolto a chi poi?), né un rimpianto per le neiges d’antan. Si tratta solo di una constatazione: la disponibilità a difendere la propria patria, che pure è “sacro dovere del cittadino”, secondo un articolo della nostra Costituzione (non tra i più citati dai fan della carta “più bella del mondo”), è diventata problematica; forse, a voler essere realisti, dovremmo dire che è uscita dal nostro universo mentale. Nelle scuole italiane non credo venga dedicato al tema un centesimo dell’attenzione riservata all’inclusione, all’accoglienza, alla diversità.
Tutto questo è avvenuto per molte ragioni, a cominciare dal fatto che, finita la guerra, l’Italia repubblicana nasceva all’insegna di una crisi dell’idea di patria, compromessa dalla torsione nazionalista e aggressiva che le aveva imposto il regime mussoliniano, dunque inutilizzabile come risorsa valoriale e affettiva della nuova collettività democratica. La storia nazionale subiva una drammatica cesura: il principale partito di governo, la Dc, e il principale partito di opposizione, il Pci, erano eredi di forze – i cattolici e i socialisti – estranee alla tradizione da cui era sorto lo stato nazionale. L’idea di nazione, come hanno osservato alcuni storici, si partitizzava, nel senso che l’appartenenza alla Democrazia cristiana o al Partito comunista faceva premio sulla comune appartenenza alla patria italiana. Per molti anni tanti lavoratori comunisti – lo notò uno storico che nel Pci aveva militato, Aurelio Lepre – si sentirono più vicini agli operai e ai contadini sovietici che al proprio governo. In anni a noi più vicini, si dirà, c’è stato il settennato al Quirinale di Carlo Azeglio Ciampi. Certo, ma la sua meritoria riabilitazione dei simboli nazionali – dall’inno di Mameli al tricolore – non poteva arrivare a incidere più di tanto nei sentimenti collettivi del paese, negli strati più profondi dell’identità italiana.
Nei decenni la crisi dell’idea di patria è stata amplificata dalle caratteristiche di quella che viene chiamata la democrazia del benessere. Per poter accettare il rischio di morire, che la difesa armata del proprio paese inevitabilmente comporta, devono esistere delle “buone ragioni”: ma queste sono diventate dalle nostre parti una merce rara. Fondata com’è sul benessere individuale (che, sia chiaro, tutti molto apprezziamo) la nostra società democratica sembra non riuscire più a individuare qualcosa per cui sia possibile rinunciarvi, rischiando la propria vita al fine di difendere l’indipendenza e l’integrità nazionale. Tanto più che da anni c’eravamo convinti che, in un’Europa che entro i propri confini aveva sostanzialmente abolito la guerra, la necessità di dover davvero proteggere con le armi il proprio paese fosse stata superata. Come è a tutti evidente, questa condizione non è altrettanto certa per il futuro.
na’ cosa sola:
https://m.youtube.com/watch?v=4qAPmdlwrsk&pp=ygUjdGUgYydoYW5ubyBtYWkgbWFubmF0byBhIHF1ZWwgcGFlc2U%3D
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Se fossimo attaccati dalla Nato credo di sì !
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non ci riuscì manco Mussolini!
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Quel Mussolini il quale è sbeffeggiato
da Alberto Cavaliere in versi e in rima
in un poemetto or ora ritrovato
del quale presentata l’anteprima
ier fu al salon del libro di Torino,
ed è il momento a giungere vicino
Comprar che si potrà: di questo URLANDO
FURIOSO ché le copie stiam stampando
https://www.lyriks.it/prodotto/lurlando-furioso-e-altre-rime-dallavanti/
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Questo è un assassino a spasso
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è ora di finirla con la propaganda della guerra: ci saranno 400 conflitti in atto nel mondo… per carità di patria.
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Desse un buon esempio l’articolista di quel romanticismo di cui paventa l’assenza, armandosi ed andando in Ucraina, oppure in Palestina, a combattere contro gli imperialisti russi e israeliani. I poeti è certo che gli dedicherebbero fior di poesie al suo amor di patria.
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su YouTube tube causa censura è impossibile trovare video in cui si vede le milizie naziucraine rastrellano cittadini nelle stazioni per strada negli ospedali nei supermercati per inviarli nel tritacarne dove hanno un aspettativa di vita, in prima linea, di circa 4 ore,
mentre gli eroi nazisti se ne stanno al sicuro nelle retrovie
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Credo abbiano istituito pene gravissime a chi pubblica i video dei rastrellamenti che ci siano ordini sulle piattaforme Occidentali dí cancellarli.
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al momento la PATRIA andrebbe difesa da scribacchini a cottimo come te,
siete voi i principali NEMICI, insieme alla feccia dell’elite politica europea
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Alla visita militare inoltrai la richiesta più ovvia per la destinazione: truppe alpine. Lo stato esaudì il mio desiderio “spontaneo” e, dopo il canonico mese di addestramento, come conseguenza del mio incarico cui ero stato assegnato, mi spettò un corso di un altro mese presso una grande caserma di Torino, inframezzato da una settimana a Sestriere/Bousson. Le lezioni principali erano tenute da un ufficiale superiore molto alla mano, esperto di veicoli, armamenti e tecniche del patto di Varsavia, che era ben disposto al dialogo e con la battuta facile. Un giorno, durante la pausa sigaretta/chiaccherata, rivelando il suo grado di istinto di sopravvivenza, affermò candidamente che “in caso di guerra, ragazzi miei, io me ne vado in Svizzera”.
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caserma Montegrappa?
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Esatto.
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Portone d’Ingresso seconda porta a sinistra, entro sala d’attesa e corpo di guardia, servizi speciali 12 mesi, ospitati da caserma Montegrappa, dipendenze da tribunale militare e da ministero degli interni
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Non voglio contestare il concetto di democrazia del benessere; mi pongo solo la domanda: benessere di chi?
Io non avrei nessun problema a combattere per l’Italia, pongo solo una condizione: che siano mandati in prima linea i raccomandati di casa.
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Sottoscrivo parola per parola, ed aggiungo: a giudicare da molti commenti qui sopra, i futuri kapò sarebbero ben di più di quelli che scapperebbero in Svizzera.
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La Patria dell’autore dell’articolo non è la mia Patria.
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Ma è scemo questo? 🤔
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