(Giulio Di Donato – lafionda.org) – Sentiamo spesso ripetere: l’intelligenza artificiale non può rimpiazzare l’intelligenza umana perché tra le due c’è una differenza incancellabile. L’intelligenza umana è difatti anche emotiva, legata cioè a un corpo e alla profondità di determinate esperienze di vita. Tutto questo è certamente vero. Accade però e può accadere sempre più che lo sviluppo impetuoso della tecnica, nel nome di un’idea di vita più “sostenibile” e protetta perché messa al riparo dagli “urti della vita”, tenda proprio a privarci della possibilità di esperire quella profondità di esperienze che è anche profondità di pensiero e di emozioni: tale intensità ha a che fare con il rapporto dialettico con la realtà e gli altri esseri umani, con il senso del limite, della misura e della responsabilità, infine con la dimensione del caos, del sacro e del tragico, con il “travaglio del negativo”, in generale.

Ci troviamo allora di fronte a un’intrinseca ambivalenza: da una parte abbiamo la promessa di un infinito potenziamento della “nuda” vita e della “nuda” intelligenza (“nuda” perché declinata in termini assai riduzionistici e unilaterali) e della capacita auto-realizzativa dell’individuo delimitata solipsisticamente, dall’altra una situazione di crescente impoverimento esistenziale e spirituale. La conseguenza di tale situazione è che vengono meno i presupposti alla base di una visione “umano-centrica” e con essi la possibilità di governare la tecnica a fini di autentico progresso materiale e spirituale. E si resta privi di risorse di significato in grado di addomesticare il demone del “negativo”, che è anche il demone della guerra e della “pulsione di morte”. Basti pensare a con quanta tragica disinvoltura l’intelligenza artificiale venga applicata in ambito militare nell’ottica della totale disumanizzazione e del completo annientamento dei presunti nemici del Bene.

Certo, il processo innescato dalla razionalizzazione tecnico-scientifica ha portato alla soluzione di enormi problemi, eppure, a fronte dei loro successi, sia la tecno-scienza che la tecno-economia sono incapaci di produrre esperienze gratificanti di significato all’interno delle quali inscrivere il nostro essere nel mondo e nella storia, e di fornire elementi per una nuova antropologia all’altezza dei rivolgimenti che esse provocano e dei problemi che pongono. Anzi, le trasformazioni che esse hanno prodotto accelerano il disincanto e l’assenza di una cornica di orientamenti a cui riferire la volontà individuale e collettiva (Volpi 1996: 151-152). Il rischio, insomma, è che il nesso fra tecno-scienze e utilitarismo economico, senza opportuni interventi e determinati presupposti di senso, sviluppi la sua “tendenza, già del resto ben visibile, verso il debordare del diseguale, lo sbilanciamento dei poteri” (Schiavone 2022: 170) e la mercificazione di ogni ambito vitale.

Ecco allora comparire nuovamente l’ambivalenza quale caratteristica fondamentale della tecnica. Seguendo Carl Schmitt, se è vero che la tecnica è neutrale perché “può essere rivoluzionaria e reazionaria, può servire alla libertà e all’oppressione”, è altrettanto vero che essa conferisce la “fiducia in una metafisica attivista, la fede in una potenza e in un dominio sconfinato dell’uomo sulla natura, e quindi anche sulla physis umana” (Schmitt 1972: 181). La tecnica in quanto strumentario è neutrale, ma in quanto coincide con la società assorbe in sé, di questa, anche la politicità e i condizionamenti legati ai rapporti di dominio e sfruttamento esistenti. In ogni caso, il rapporto tra tecnica e politica è sempre un rapporto di squilibrio: “uno dei due termini è sempre davanti e l’altro dietro, ma ciò non significa immobilità; anzi, è costante la ricerca di un equilibrio che in realtà non viene mai trovato” (Galli 2021: 9). Certamente, oggi è in atto un “salto qualitativo: gli interrogativi posti dalla tecnica si fanno più intensi, perché la sua forma e la sua sostanza sono passate dalla meccanica alla biologia …. e soprattutto all’elettronica. La gabbia che chiude le nostre vite sembra davvero intrascendibile: è un frame non modificabile, benché non sia d’acciaio ma di elettroni, di dati, e di algoritmi” (Galli 2023: 107). Inoltre, se tutto ruota attorno al principio algoritmico della quantità e «del mero computo dell’utile», per dirla con Heidegger, a fronteggiarsi saranno solo entità vuote di ogni curvatura in senso soggettivo, una situazione, questa, incompatibile con le ragioni dell’antagonismo e del protagonismo politico che è possibile solo se vi sono soggettività in relazione incarnata e dialettica con il mondo esterno. Inoltre, c’è il rischio, quanto mai evidente, che la politica introietti sempre più la logica algoritmica dell’automatismo, che alla fine è la logica spoliticizzante del “pilota automatico” di matrice liberal-atlantista, i cui effetti abbiamo imparato a conoscere molto bene qui in Europa.

Günther Anders, in pagine ancora estremamente attuali, descriveva con grande precisione il sentimento di “vergogna” e inquietudine legato al “dislivello”, alla mancanza di sincronicità che sussiste tra la “prestazione prometeica” dell’uomo e i prodotti da lui fabbricati (ai quali egli risulta avvinghiato: si pensi agli smartphone, che sono ormai parti costitutive di ciò che siamo), che, sempre più complessi ed efficienti, tendono ad oltrepassarlo, facendo sì che egli si senta “antiquato” e obsoleto riguardo al mondo oggettuale da lui stesso creato (Anders, 1963). Alla celebrazione delle macchine, in virtù del potere e del benessere che continuamente promettono, si contrappone così l’ostilità nei loro confronti nel momento in cui le infinite possibilità a cui esse alludono sembrano invece trasformarsi in fattori di schiavitù e disumanizzazione.

Per fronteggiare al meglio la situazione sopra descritta ciò di cui abbiamo bisogno sono insomma nuove risorse politico-spirituali in grado di risignificare l’abitare dell’uomo sulla terra. Ragionando in termini generali di orizzonti di pensiero, se c’è una dimensione che può essere contrapposta al carattere asimbolico del tecno-utilitarismo, incapace di fornire pieno orientamento alla vita collettiva e individuale, essa è senz’altro quella contenuta nel messaggio leopardiano della “social catena” cui rinvia La ginestra, in relazione con un’idea di ragione “larga”, frutto di una feconda commistione di saperi, che hegelianamente incorpori in sé il “negativo” e tutto ciò che ragione non è, facendo di questo sfida la sua forza. Sullo sfondo il rapporto complesso ma ineludibile con le grandi tradizioni metafisiche e religiose (con il cristianesimo in modo particolare, per quanto riguarda i Paesi europei), che ovviamente non può implicare alcuna “traducibilità immediata”, ma rimane un rapporto costitutivo che oggi si pone in termini nuovi: come bagaglio di energia spirituale al quale attingere per rianimare una dialettica politica priva di propulsione ideale; come potenziali di senso da sfruttare a supporto della “morale di ragione” e di un’etica pubblica rinnovata, in una chiave compatibile con il pluralismo e la laicità.

Il fine ancora una volta è l’uomo, la difesa della sua dignità e la centralità del suo lavoro, ovvero un’idea di vita qualificata, all’insegna di un neoumanesimo integrale che non vuole limitarsi a condannare aprioristicamente e velleitariamente i processi di innovazione tecnologica e digitale, ma interagire criticamente con essi per meglio sintonizzarli con i bisogni fondamentali della persona, frenando i loro aspetti più disumanizzanti e alienanti.