(Giuseppe Di Maio) – So di tirarmi dietro un coro di critiche, ma la democrazia così intesa è causa della sua stessa fine. Finché durò il suffragio censitario fu chiaro che lo Stato era espressione dei ceti agiati. Con l’avvento del suffragio universale si affacciarono alla politica anche i ceti poveri, impreparati a gestire i loro interessi che spesso confusero con quelli dei loro padroni. Alla base della democrazia c’è la formazione politica e l’informazione. La prima non è stata considerata necessaria dalla Costituzione, la seconda è nelle mani dei dominanti e le loro balle sono il pane delle convinzioni generali. E’ così che i ladri sono arrivati al potere, raccontando fesserie a gente arrabbiata e impoverita dalle loro politiche. Non se ne esce. Il rispetto delle regole fondamentali impedisce ai pochi onesti e consapevoli di avere la maggioranza.

Salvini è stato mantenuto al governo, Santanché pure. L’uno e l’altra non si sono curati di dimostrare la loro probità, ma hanno fatto conto su una maggioranza arrogante, decisa a confermare il suo potere in virtù del voto popolare. E’ questo che dicono quando mancano loro gli argomenti: “ Il popolo ci ha votati, dunque noi siamo nel giusto”. Le accuse dell’opposizione non valgono un fico secco. Il male è alla radice: la composizione della volontà generale è il vero handicap della democrazia. Una libertà d’espressione politica che si paga con la violenza della menzogna o con 50 euro, prezzo che può alleviare il bisogno di un cittadino in serio affanno economico. La stessa libertà che si può esprimere col voto segreto, ma che più spesso esprime la segreta coercizione.

Se invece avessimo un suffragio subordinato alla cultura, potremmo cominciare ad escludere una parte (un terzo) della popolazione che non raggiunge le conoscenze minime per esercitare il voto. Non pensate che bisogna pretendere chissà cosa, basta fare domande come: qual è la capitale d’Italia, e si elimina un bel po’ di elettori. E siccome l’esclusione non sarà perpetua, si obbligherà il cittadino che vuole partecipare a prepararsi alla democrazia, invece di esercitarla in maniera sentimentale. In questo modo si potrebbe migliorare di continuo la qualità dell’elettorato, e di conseguenza la qualità della classe dirigente.

Tuttavia, in attesa di una spinta aristocratica al suffragio universale, mi accontenterei di una presa di coscienza emotiva. Dopo l’arresto di Mussolini e la caduta del regime, ma ancora di più dopo la liberazione,  in parecchie città italiane si diede l’avvio a una vera e propria caccia al fascista. Fu il solo momento in cui la giustizia popolare si prese la rivincita su una miriade di ladri grandi e piccoli che ci avevano oppresso con le false regole di una presunta democrazia. Dicono che la storia si ripete.