Su terrorismo e conflitti la parola d’ordine è «deterrenza», mostrare i muscoli senza usarli

(FLAVIA PERINA – lastampa.it) – Un dress code rivelatore: nella visita al contingente italiano in Libano Giorgia Meloni dismette l’orrenda abitudine dei politici italiani di travestirsi da Rambo e si presenta in un sobrio completo giacca e pantaloni. È un bene, è un messaggio. Un bene perché rettifica un modello estetico a cui tutti hanno ceduto (anche lei appena eletta premier sbarcò in mimetica a Kabul per uno dei suoi primissimi incontri con i nostri militari). Un messaggio perché, in queste giornate di escalation armata su ogni fronte, la presidente del Consiglio sceglie la chiave della rassicurazione al posto delle fanfare belliciste: le foto la ritraggono addirittura mentre gioca a biliardino con i soldati, in atteggiamento di assoluto relax. L’immagine di una leader con l’elmetto va bene nei comizi e nella polemica interna, non dove gli elmetti servono davvero per affrontare rischi di vita e di morte.
Forse è presto per dirlo, ma molti elementi fanno pensare che la destra di governo stia progressivamente modificando il suo sguardo sulla guerra, sulle grandi crisi internazionali, terrorismo compreso, e persino su alcune battaglie identitarie interne fino a ieri giudicate irrinunciabili. In altri tempi, ad esempio, l’allarme Isis scattato dopo la strage dell’Isis al Crocus di Mosca sarebbe stato cavalcato anche come emergenza nazionale, imponendo giri di vite securitari sulle comunità islamiche, le moschee, le frontiere. Lo si è fatto dopo l’attentato dell’ottobre 2023 a Bruxelles, sospendendo il trattato di Schengen. E lo stesso copione è stato usato per fenomeni ben più marginali, i rave e le scippatrici incinta, con esibizioni allarmistiche del tutto fuori misura. Stavolta no. Ci si è limitati a riunire il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza e a comunicare «l’alta attenzione» anche in vista delle feste di Pasqua, con un inusuale esercizio di moderazione verbale e politica.
Anche le parole di Meloni alla base di Shama, in Libano, riflettono nuove preoccupazioni. La premier che un anno fa a Kiev accettava pienamente la sfida del conflitto promettendo alle autorità ucraine «combatteremo per voi e per la vostra libertà», ora guarda all’incendio che sconvolge l’Ucraina e il Medio Oriente come a un rischio che deve essere fermato: «Voi – dice ai militari – siete il fossato, la barriera di sabbia che aiuta a non far progredire le fiamme». La pace, specifica, «è soprattutto deterrenza», e cioè conservazione dell’equilibrio, magari mostrando i muscoli ma senza arrivare al punto di usarli.
Il cambio di passo è evidente. Per la prima volta la destra italiana si confronta non con un’emergenza gonfiata dai suoi media e strumentale allo stato di paura che l’ha sempre favorita, ma con un sentimento di angoscia autentico, più che fondato, che cresce tra gli italiani giorno dopo giorno. La prospettiva evocata dai francesi di un’Europa al fronte. Gli F16 occidentali all’Ucraina. La minaccia di Vladimir Putin di abbatterli «ovunque si trovino», Paesi Nato compresi. Le voci di una possibile minaccia russa agli Stati baltici. Stress concreti, autentici, minacciosi, impossibili da utilizzare ai fini del consenso facendo i guerrafondai: quel modello a petto in fuori poteva funzionare con nemici modesti, clandestini senza fissa dimora e ladri di villette, ma non regge al confronto con l’orrore della guerra e al sentimento di repulsa che provoca.
Cambia lo sguardo, cambiano i comportamenti anche sulla scena nazionale. Le rumorose minoranze che assediano le università interrompendo dibattiti, minacciando le autorità accademiche, ponendo veti agli accordi di ricerca e scambio con gli atenei israeliani, in altri tempi probabilmente sarebbero state trattate con ben diversa ruvidezza. La destra italiana, in fondo, ha le sue radici nella contestazione di ogni “sessantottismo” ed è orgogliosa di aver partecipato a quella stagione dall’altra parte, con l’assalto alla facoltà di Lettere di Roma per sgomberarla dall’occupazione studentesca. Ma le reazioni alle cariche contro i ragazzini di Pisa hanno reso chiaro che nel Paese scende il consenso per quel tipo di dimostrazione muscolare. Siamo tutti stufi di prove di forza.
Persino il caso di Ilaria Salis, dopo il diniego agli arresti domiciliari pronunciato ieri dal tribunale di Budapest, segna una discontinuità evidente. Altre “eroine” della sinistra, altre ragazze impelagate in vicende ad alto rischio, furono sbeffeggiate dalla destra per mesi come irresponsabili, immeritevoli dell’attenzione dello Stato. Oche giulive (Simona Pari e Simona Torretta, sequestrate a Baghdad). Finte rapite, forse d’accordo con le milizie (Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, sei mesi di prigionia in Siria). Ingrate convertite all’Islam (Silvia Romano, 18 mesi nelle mani delle milizie keniote). Quella modalità appare tramontata. L’evidente oltraggio all’Italia delle autorità ungheresi, che hanno riportato Salis in aula in catene e al guinzaglio come nella precedente udienza, suscita notevoli imbarazzi. «È una cittadina italiana e il governo farà tutto il possibile per difenderla», dice il dirigente di FdI Giovanni Donzelli, limitando la critica a una generica osservazione sulle sue possibili responsabilità nei fatti contestati.
Non è più tempo di Rambo. O forse è impossibile fare i Rambo quando si esercita un ruolo di governo in un Paese spaventato. Già a gennaio il Censis segnalava l’emergere di paure di rango ben superiore agli allarmismi domestici del passato: sei cittadini su dieci preoccupati di una guerra mondiale in cui potremmo essere coinvolti, una quota poco inferiore convinta che l’Italia non sia in grado di proteggersi da attacchi terroristici di stampo jihadista. Negli ultimi tre mesi è possibile che questo tipo di spavento si sia addirittura esteso. Un sondaggio Ipsos degli inizi di marzo segnalava la larga disponibilità degli italiani all’invio di aiuti umanitari all’Ucraina e persino all’accoglienza dei profughi ma anche un diffuso rifiuto di azioni percepite come incoraggiamenti al conflitto: quasi la metà ostile ad aiuti finanziari diretti a Kiev, a nuove sanzioni a Mosca, all’invio di armi. Se la premier dismette la mimetica, insomma, è un po’ per ragioni di realismo un po’ per motivi di consenso: «siam pronti alla morte» è frase topica dell’inno che ha battezzato la destra meloniana, ma i Fratelli d’Italia sono ben consapevoli che corrisponde assai poco al sentimento nazionale.
La mimetica. Il sobrio completo.
Meno male che c’è la Stampella a occuparsi di queste ***tanate.
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“SE LA PREMIER SMETTE DI TRAVESTIRSI DA RAMBO” si travestirà da clown che è quello che gli si addice di più…
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Eccola in tutto il suo splendore:
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E’ più bassa degli omini del calcioBALILLA, strano, chi l’avrebbe detto…
E questo mentre da quelle parti piovono bombe israeliane, con oltre 300 morti in 5 mesi.
Ma a che serve ‘sto corpo di interposizione?
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