Quei ragazzi sono vivi, dialoghiamo

(CHIARA SARACENO – lastampa.it) – La guerra totale che il governo israeliano ha scatenato non solo contro Hamas, ma contro tutti gli abitanti della striscia di Gaza in risposta all’attacco del 7 ottobre sembra avere lo stesso ruolo di mobilitazione degli studenti universitari che ebbe a suo tempo la guerra in Vietnam in gran parte dei paesi occidentali: un conflitto drammatico anche per l’enorme prezzo pagato dai civili, inclusi bambini e anziani, diviene il concentrato di tutte le insoddisfazioni, tensioni, denunce di ciò che non va, non solo nello scenario di guerra, ma anche qui, anche nelle nostre università e più in generale nella nostra società.

Offre la possibilità di dare voce allo scontento, di organizzarsi attorno ad esso, entro una singola università ma anche da una università all’altra. Allora quella protesta, archiviato il Vietnam, sboccò nel movimento del’ 68 che, è bene ricordarlo ai suoi “pentiti”, non ebbe come sbocco principale il terrorismo degli anni di piombo, ma l’apertura dell’accesso a tutte le facoltà anche a chi non proveniva dai licei e lo svecchiamento di molti curricula. Oltre a costituire il terreno di cultura per i movimenti delle donne, aprì anche una stagione di lotte per i diritti civili che hanno inciso positivamente, in Italia, su un corpo legislativo che aveva subito ben poche modifiche dopo la caduta del fascismo. Con tutte le sue esagerazioni, limiti, rischi di derive pericolose, costrinse il paese, i partiti, a guardarsi criticamente e almeno un poco cambiare. Difficile prevedere se il movimento pro-Palestina che oggi si organizza attorno al boicottaggio, che personalmente non condivido, degli accordi con le Università israeliane potrà avere effetti analogamente positivi. Il contesto è profondamente cambiato a tutti i livelli: nelle relazioni internazionali, nelle prospettive di futuro aperte ai giovani, specie in Italia, nel diffuso senso di insicurezza che riguarda pressoché tutte le dimensioni del vivere. Ma proprio per questo, che gli studenti universitari, ricomincino a mobilitarsi non solo, come è giusto, per cose che li riguardano direttamente, come il caro alloggi o le molestie, ma anche per questioni di interesse generale e sovranazionale – dall’ambiente alle guerre in corso – mi sembra non solo positivo, ma necessario, anche se le denunce, le richieste o il modo di formularle, possono non essere condivise. La responsabilità di trovare tempi e modi per interloquire con chi protesta, per dare spazio alla pluralità dei punti di vista e delle proposte, non è solo dei movimenti e dei/delle loro leader.

È anche e soprattutto delle istituzioni cui si rivolgono e di chi le rappresenta. Ciò non significa né cedere su qualche cosa che non si condivide, né criminalizzare chi protesta (come è avvenuto nei confronti degli attivisti ambientali di Prima generazione). Significa avere la pazienza di discutere, argomentare le proprie ragioni e ascoltare quelle altrui, difendere il proprio ruolo e il proprio mandato, ma senza disconoscere agli studenti (e in generale ai giovani che si organizzano autonomamente) la qualità di interlocutori e di portatori non solo di interessi, ma di punti di vista e visioni di ciò che sarebbe necessario fare legittimi e da prendere in considerazione. Non nascondersi dietro l’alibi che sono piccole minoranze, Solo così è possibile (anche se non assicurato con certezza) essere considerati interlocutori a propria volta, e non nemici con cui non vale la pena di parlare e da cui non si ha niente da imparare. Il rischio più grande che vedo e vivo in questo periodo è, che i conflitti di questi giorni nelle università, anche a motivo della polarizzazione da cui nascono e che acuiscono, invece di favorire il protagonismo politico tra gli studenti e studentesse, il desiderio di organizzarsi per prendere parola su ciò che riguarda il proprio presente e futuro, rafforzi in molti di loro l’indifferenza, la mancanza di aspettative.