La strategia del terrore per un’escalation di violenza come durante la II Guerra mondiale. Così la propaganda di Mosca può sfruttare la rivendicazione jihadista a suo vantaggio

L’incubo di un’altra Pearl Harbor: Putin ha l’alibi per scatenare l’inferno

(DOMENICO QUIRICO – lastampa.it) – Il terrorismo è per natura polifonico, poliglotta, polivalente, polisemico, universalmente applicabile, chiarissimo nel fatto, brutale e labirintico nelle motivazioni, avernico e contemporaneamente visibilissimo. Si mena dietro un blasone di orfanezza e mistero, svigorisce meticolose e dotte perquisizioni e investigazioni immergendole nell’ombra più fitta, quella che le rende tutte possibili. Passate al museo le epoche del solitario con il pugnale, o dei delicati killer (russi) che puntavano a disintegrare granduchi e zar ma cercavano di salvare i bambini, fuori moda perfino quella dei dirottamenti aerei con tanto di lettura di comunicati davanti alle tv, il baratro si è fatto davvero nero e spalancato. Sul Nulla.

Insomma, dopo le Torri gemelle, il Bataclan e Mumbai l’atto terroristico si è talmente dilatato che ci puoi mettere dentro ogni volta il dritto e il rovescio, il folle di dio e la provocazione dei Servizi; i fili della responsabilità si sono così intrecciati che diventa impossibile separarli. Scenario perfetto per chi cerca tracce e spie di iniquità locale da collegare alla Grande Congiura Universale (islamica, putiniana, cinese o yankee), e torna a casa carico di nessi ed appagato. Ma equazione impeccabile per chi il business criminale e spicciolo del terrorismo impiega per fini geopoliticamente più egoistici e rilevanti. Soprattutto in una epoca in cui la Grande Guerra numero quattro è a un passo.

Prendiamo dunque l’attentato di Mosca. Colpisce la varietà delle piste disponibili: jihadisti afgani nostalgici delle prime pagine universali, il Kgb ucraino che non avrebbe dimenticato lo stile dei vecchi camerati sovietici e si ripaga con gli interessi delle bombe sulle città, la Cia che sapeva tutto e aveva gentilmente messo in guardia il nemico (l’intelligence americana, per definizione, sa sempre tutto!), tanto da annunciare la sanguinosa trama in anticipo, e infine perfino l’auto attentato, ovvero una mostruosa drittaggine della abiezione putiniana. L’uomo è capace di tutto, garantiscono gli esperti in cremlinologiche malizie. Verso questa spiegazione diabolica mi pare si muovano appunto i cesellatori occidentali della Bugia bellica, mai spennati dagli eventi e dalle tragiche conseguenze dei medesimi. E anche questo è un indizio.

A questo vischioso e inutile ciarpame val la pena di sostituire un’altra domanda: non chi ha commesso davvero l’attacco omicida, ma a chi verrà attribuito nelle prossime ore da Putin in cui veglia, non dimentichiamolo, un veleno originale di rancore e di rivolta. Perché sulla base della scelta che farà, che non necessariamente farà riferimento alla realtà del complotto anzi non ne terrà conto, dipendono reazioni e conseguenze che possono essere catastrofiche per quel tanto di finta pace che ancora agonizza per qualche settimana tra Occidente e Mosca. Credere alla pista jihadista, infatti, indica trip pulsionali e progetti ben diversi dal puntare su Kiev: significherebbe per usare una recente metafora la realizzazione dell’effetto Pearl Harbor, la provocazione irresistibile, che esige il non ritorno.

Per far inghiottire la guerra diretta, esplicita, la propaganda impiega troppo tempo. Le opinioni pubbliche occidentali sono mediocramente istigate da due anni di sofferenze ucraine a condividerle appieno e si concentrano testardamente sulla difesa del week end lungo e della fitness. Ma anche dall’altra parte presunte denazificazioni e titanica lotta all’assedio occidentale, alla lunga, potrebbero rivelarsi fragili. Ci vuole una congiura, una offesa mostruosa, cento morti almeno. L’idea ciondola, è interessante. Ma come afferrarla? Non gettando bugie a manciate, scialacquare propaganda. Il drone che sbriciola il condominio o il mercato è tragedia ormai ampiamente mitridatizzata. Al lavoro! Forse… un piccolo commando, kalashnikov da cento dollari e qualche migliaio di euro ben investiti. E poi… Ah sì: i tagichi! Vengono apposta i tagichi, caucasici musulmani lavativi, mattoni cotti in un crogiolo di estremismo per ogni costruzione… E così si confeziona lo choc terroristico che trasforma i tentennanti e i tiratardi in fautori entusiasti della resa dei conti generale.

Siamo nell’epoca delle guerre insensate, assurde in cui i combattenti, al contrario di un tempo quando erano certi di sacrificarsi per una causa, vanno al macello con la sensazione di morire per niente. Come questi tagiki presunti esecutori. Non sono kamikaze in nome di una vendetta divina sugli empi. Semmai caricature di kamikaze, la tragica parodia dei martiri. Isis e le innumerevoli sigle jihadiste nell’epoca di questo terrorismo servitevi da soli sono le sigle perfette. Le rivendicazioni, quelle si possono installare in rete in due minuti: i combattenti del Califfato hanno colpito i crociati, eccetera eccetera.

La qualità impagabile della sigla Isis per le porcherie e le trame di terroristi e antiterroristi di Stato è che non smentiscono mai. Sono disposti ad accollarsi gloriosamente anche i morti in autostrada pur di risultare nocivi attivamente e in servizio nel mettere in piedi la città di dio.

Inutile perder tempo a cercare le orme del commando per verificare se vanno verso l’Ucraina come dicono i russi (guarda, guarda…) o verso la Turchia e le steppe asiatiche. Sapremo presto come Putin userà la strage. L’attacco a Mosca lo ha indebolito, dice qualcuno, ma dimentica che è stata la spietatezza contro il jihad ceceno che lo ha fatto diventare Putin. Sono fantasmi intatti che sa maneggiare benissimo. La vendetta muscolare, sproporzionata fa parte del suo Sistema, è necessaria alla sua esistenza. Lì sta appeso il rischio della Guerra.