(di Michele Serra – repubblica.it) – Ridere di un discorso omofobo vuol dire essere omofobi? Così sembra pensarla il portavoce del Partito Gay Lgbt+ Fabrizio Marrazzo, che si è risentito per la maniera con la quale, con Corrado Formigli l’altra sera sulla Sette, abbiamo trattato l’inverosimile video del “re degli ambulanti” signor Proietti; nel quale l’omofobia è solo uno degli ingredienti, essendo l’intero show una specie di viaggio nella preistoria.

La polemica, minima e destinata a essere dimenticata già tra dieci minuti, merita però una breve riflessione, perché è la riprova, ennesima, del tragico irrigidimento linguistico, culturale e anche emotivo che stiamo vivendo in questi anni. Il trattamento retorico-declamatorio sembra essere l’unico immediatamente comprensibile da tutti.

Se io avessi detto, con voce vibrante: “È uno scandalo! Siamo di fronte a un discorso omofobo!”, avrei detto una tale ovvietà che l’avrei considerata indegna del mio lavoro, che è quello di mettere in fila le parole possibilmente senza risultare scontato, o vacuo. Può esserci scontatezza e vacuità, purtroppo, anche nel più virtuoso dei discorsi: non basta avere ragione per dire qualcosa di intelligente.

È esattamente per questo, del resto, che nel mondo classico è stato inventato il registro comico-satirico: permette di criticare l’umano senza impancarsi e strillare “vergogna!”, la parola più usata da quando sono nati i social.

Castigat ridendo mores: colpisci i costumi ridendo. Peccato che un portavoce di partito, dunque un uomo di comunicazione, non contempli altre descrizioni dell’omofobia (o di qualunque altro vizio umano) che non sia alzarsi in piedi e proclamare solennemente: “Sono contrario!”. È l’ennesima conferma che chi fa politica ha dimenticato come si parla agli altri.