
(di Salvatore Toscano – lindipendente.online) – La privatizzazione di Poste Italiane prende forma. Il decreto della presidenza del Consiglio dei ministri (DPCM) che dettaglia l’arretramento del soggetto pubblico è stato inviato alla Camera per il parere delle Commissioni Trasporti e Bilancio. L’atto governativo prevede che la quota “dello Stato nel capitale di Poste Italiane” non debba essere “inferiore al 35 per cento”. In altre parole l’Italia metterà sul mercato il restante 29 per cento delle azioni detenute, offrendole a risparmiatori e investitori istituzionali, italiani e internazionali. L’operazione, che alla luce dei tempi burocratici dovrebbe realizzarsi nell’autunno di quest’anno, vale nell’immediato 1,5 miliardi di euro. Sul lungo periodo, invece, si tradurrà in entrate minori per le casse pubbliche e dividendi ridotti, per una delle aziende più redditizie del panorama italiano. Si tratta del primo, piccolo, tassello della svendita che il governo Meloni ha in mente per racimolare 20 miliardi di euro e coprire gli impegni finanziari contratti.
Ad oggi, il 29,26 per cento delle azioni di Poste Italiane è controllato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), mentre Cassa Depositi e Prestiti – azienda controllata dal MEF – ne detiene il 35 per cento. Ciò vuol dire che il 64,26 per cento del capitale sociale di Poste Italiane è in mano al governo, almeno per ora. Nel DPCM inviato alla Camera, infatti, l’esecutivo fa sapere che è stato ritenuto “opportuno procedere alla dismissione di una ulteriore quota del capitale sociale di Poste Italiane mediante un’offerta di largo mercato rivolta al pubblico dei risparmiatori in Italia, inclusi i dipendenti del gruppo Poste Italiane, e/o a investitori istituzionali italiani ed internazionali”. Alla prima categoria dovrebbe essere destinato circa il 30 per cento delle azioni messe sul mercato, con gli investitori istituzionali – come fondi di investimento, fondi pensioni o compagnie assicurative – che si spartiranno la fetta più grande della torta. Una torta che fa gola a molti, visti gli ultimi dati che delineano un quadro estremamente positivo per il bilancio di Poste Italiane. Tra il 2022 e il 2023 si è registrato infatti un’importante crescita dei ricavi, arrivati a 12 miliardi di euro (+5,4%), e dell’utile netto, pari a 1,9 miliardi (+22,1%). I dividendi per gli azionisti sono aumentati del 23 per cento, arrivando a circa 80 centesimi per azione.
Per il momento i sindacati hanno risposto alla mossa governativa con una debole mobilitazione. L’Unione Italiana del Lavoro (UIL) ha realizzato un presidio nell’ufficio postale di Montesacro, a Roma; sempre nella capitale la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) distribuirà dei volantini nei pressi degli uffici postali fino a venerdì. L’obiettivo è sensibilizzare i cittadini circa i timori di una seconda ondata di privatizzazione delle Poste, asset strategico di un Paese che riguarda non solo i risparmi dei cittadini ma anche le loro identità digitali, dunque un’enorme mole di dati personali, e tutta l’infrastruttura logistica. L’arretramento del soggetto pubblico nella gestione delle Poste fa temere una dimensione di impresa più votata agli utili di bilancio – che già allo stato attuale delle cose viaggiano spediti, come dimostrano gli ultimi dati disponibili – che a una missione di cucitura sociale e territoriale. Ai sindacati preoccupa in particolar modo l’eventuale ridimensionamento dell’universalità del servizio (si pensi alla presenza sui territori con meno di cinquemila abitanti) sacrificabile alla luce di una visione meramente utilitaristica della gestione imprenditoriale.
Dopo tutte le esperienze negative relative alle privatizzazioni selvagge degli anni scorsi e la distruzione totale dell’IRI se passa pure questa vuol dire che questo paese è sempre saldamente in mano ai draghi e ai prodi
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alla faccia del SOVRANISMO a chiacchere,
svendita degli ultimi asset di valore, farà la fine di tutte le altre privatizzazioni,
altro che attività ed infrastrutture strategiche,
qui si tratta di svendita ed arricchimento per alcuni, con la chiusura di sportelli e la messa in movilità di decine di migliaia di lavoratori.
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Oltre la dannosa perdita degli ottimi introiti annuali per le casse dello stato, la tragedia sarà proprio la chiusura di migliaia di sportelli nei piccoli paesi
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Ma i commentatori, prima di scrivere cazzate, hanno letto l’articolo? Se si non hanno capito una mazza o sono in malafede?
Vediamo di chiarire le loro idee. Nell’articolo si legge che é prevista la vendita del 29% delle azioni, mentre resterà nelle mani dello stato il 35%.Questo significa che già il 36% è stato venduto venduto ( o svenduto?) dai governi sinistrati.
Come mai gli “svenditori” del patrimonio pubblico e i loro agit- prop oggi si lamentano?
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Comunque non hai capito una mazza,
attualmente con il 64,26 per cento controlli il consiglio di amministrazione e il governo incide nelle scelte strategiche, con il 35 per cento che controlli? Una BlackRock può facilmente papparsi tutti i vari pesciolini del laghetto italiano, come è succeso svariate volte. Non frega una min(hia se erano governi sinistrati, ma questa destraccia fa gli stessi errori ed orrori.
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E me sa che è proprio bastiancontrario a non aver capito una mazza
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infatti mi sono rivolto a lui scrivendo il suo cognome: Comunque
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”’L’arretramento del soggetto pubblico nella gestione delle Poste fa temere una dimensione di impresa più votata agli utili di bilancio – che già allo stato attuale delle cose viaggiano spediti, come dimostrano gli ultimi dati disponibili – che a una missione di cucitura sociale e territoriale. ”’
Cioé; questi per inviarti una lettera ci mettono un mese, le bollette per esempio arrivano puntualmente in ritardo, però i loro utili societari viaggiano spediti.
Quando si dice la contraddizione in termini.
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