Aumenta il ricorso alle visite intramoenia: nella sanità il pubblico si fa privato e i cittadini sono costretti a pagare.

(di Stefano Rizzuti – lanotiziagiornale.it) – La sanità pubblica è al collasso, con liste d’attesa infinite, ma intanto almeno una visita su dieci all’interno degli ospedali pubblici avviene attraverso il sistema intramoenia, ovvero con i cittadini che la pagano come se fosse una prestazione fornita dal privato.
Il fenomeno dell’utilizzo degli spazi pubblici per la sanità di fatto privata non è nuovo né illegale, ma con liste d’attesa sempre più lunghe rischia di diventare il pane quotidiano per chiunque abbia bisogno di visite o cure. O, almeno, per chi se lo può permettere.
Per le visite ginecologiche l’intramoenia è utilizzata più di tre volte su dieci, per le cardiologiche siamo al 20%, per una ecografia ginecologica la percentuale sale al 36%. I dati emergono dal rapporto Agenas sull’Attività libero professionale intramuraria e consegnano un quadro allarmante.
NELLA SANITÀ IL PUBBLICO SI FA PRIVATO
I pazienti in Italia sono sempre più spesso costretti a pagare le prestazioni in libera professione dei medici soprattutto a causa di liste d’attesa lunghissime per accedere al Servizio sanitario nazionale. Il numero di queste prestazioni di fatto private è aumentato nettamente rispetto al pre-pandemia, complici proprio le liste d’attese più lunghe.
Il dato peggiore, secondo l’Agenas, si registra in Campania, dove addirittura viene superata con l’intramoenia la quota ordinaria di prestazioni gratuite pubbliche, anche se in teoria non è consentito dalla legge.
In Italia nel 2019 in intramoenia si effettuavano 4,76 milioni di prestazioni contro le 58,99 milioni istituzionali (cioè con il servizio pubblico): il dato è salito nel 2022 a 4,93 milioni contro 59,79 milioni.
Nella maggior parte dei casi si ricorre al privato negli spazi pubblici per le visite specialistiche (3,7 milioni di casi). Le cifre più alte si registrano per le visite cardiologiche (588mila), ginecologiche (476mila), ortopediche (466mila), per un elettrocardiogramma (357mila) e per le visite oculistiche (354mila). L’incidenza maggiore si ha nella ginecologia (32%), nella cardiologia (17%) e nell’ortepedica (12%).
PERCHÉ I PAZIENTI SONO COSTRETTI A SCEGLIERE L’INTRAMOENIA
La questione è semplice: i pazienti sono di fatto costretti a scegliere l’intramoenia per evitare tempi di attesa infiniti. Ricorrendo alle prestazioni private negli ospedali, invece, nel 56% dei casi il tempo di attesa è inferiore ai 10 giorni; nel 30% le prestazioni vengono erogate tra gli 11 e i 30/60 giorni e solamente nel 14% dei casi servono più di 30/60 giorni. Che praticamente è la soglia minima per il Servizio sanitario nazionale, che molto spesso richiede tempi molto più lunghi (persino di anni, in alcuni casi).
Dal report Agenas emergono anche tanti casi di abusi, soprattutto nei casi in cui l’intramoenia supera le visite istituzionali: succede per 29 aziende sanitarie nel caso dell’ecografia ginecologica, per 12 sulle visite ginecologiche e per 5 nella chirurgia vascolare.
A dire il vero uno sceglie un medico bravo e non il primo che gli capita. Lavorando in ospedale poi ti danno la possibilità di usufruire delle strutture ospedaliere.
Non è che i medici sono tutti uguali e bravi alla stessa maniera.
Cento euro per la mia salute se posso li spendo per uno capace e non per uno preso dal mazzo.
Quasi anziano ricordo le visite farsa della mia gioventù negli ospedali. Se si vuole risolvere un problema si va da quelli bravi.
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Vengono usate le strutture pubbliche a fini privati, ma qual è la convenienza per gli ospedali?
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“Liste d’attesa nella sanità, così si è diffusa la strategia per abbatterle dal basso obbligando le Asl” a rispettare i tempi.
di Franz Baraggino | 29 Febbraio 2024
I medici prescrivono analisi, visite, terapie, e indicano l’urgenza per ottenerli. Tempi che vanno tassativamente rispettati, eppure, in Lombardia come altrove, i cittadini si sono ormai arresi a liste d’attesa infinite. Ma non quelli del Coordinamento lodigiano per il diritto alla salute, che a partire dall’idea di un pensionato di Lodi hanno messo in piedi un servizio per contestare le liste d’attesa e costringere il sistema sanitario a fissare un altro appuntamento nei tempi stabiliti dal medico di base. Quando sono partiti, nel 2022, c’erano appena due sportelli nel lodigiano. Raccontata dal Fatto lo scorso novembre, la storia ha fatto presto il giro della regione e non solo. “Oggi in Lombardia ci sono più di 30 sportelli ai quali i cittadini si possono rivolgere”, spiega Andrea Viani, 78 anni di Codogno, che durante la pandemia di Covid ha avuto l’intuizione: “I tempi prescritti dal medico di base sono un diritto inderogabile“. E studia il modo per avviare le contestazioni. A poco più di un anno di distanza, il risultato sono quasi 300 ricorsi. “Il 99% dei quali si è già concluso positivamente”, spiega Viani, che insieme a quello che è ormai un coordinamento regionale, alle 10:30 di giovedì 29 febbraio presenterà l’iniziativa in conferenza stampa al Pirellone di Milano, sede del consiglio regionale lombardo, per lanciare l’iniziativa del 2 marzo “30 sportelli in piazza”.
Come funziona – “Abbiamo obbligato le Aziende socio sanitarie territoriali (Asst) a fare il loro dovere: annullare le prenotazioni posticipate di mesi e anche di anni e ripristinare visite ed esami nei tempi prescritti dal medico curante”, scrive nel comunicato il Coordinamento lombardo sportelli salute. Tutto gira intorno ai Livelli essenziali di assistenza, i Lea, introdotti nel 2001 con la riforma del titolo V della Costituzione, di cui attuano proprio l’articolo 32 della Carta, quello sulla salute “come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Come già spiegato al Fatto, i tempi di attesa sono un’articolazione dei Lea, la cosiddetta salute del territorio. “Il diritto di diagnosi è decisivo – ribadisce oggi Viani – e fa dei tempi prescritti un diritto costituzionale inderogabile“. Non rispettarli significa mettere a rischio la salute o addirittura la vita delle persone. Come nel caso dei pazienti oncologici che hanno risolto grazie al Coordinamento. Dopo quelli contro le Aziende pubbliche sono arrivati anche i ricorsi contro quelle private accreditate e contrattualizzate. “Il controllo semestrale prescritto dal medico dopo un’operazione chirurgica era stato sposato e poi nuovamente rinviato di oltre un anno. Con il nostro ricorso l’azienda privata ha erogato il controllo nei tempi previsti”, racconta Viani. “E’ andato a buon fine anche un ricorso collettivo nel quale abbiamo accorpato i casi più gravi, ovviando a un vero e proprio scaricabarile”.
Dove rivolgersi – L’esperienza è ora a disposizione di tutte le realtà locali, dalle associazioni ai comitati, dai sindacati alle Acli, che hanno aperto o intendono aprire altri sportelli. Viani e compagni hanno avviato una rete di contatti con comitati salute in Veneto, Emilia-Romagna, Abruzzo, Molise, Marche, Umbria e Liguria. Quanto alla Lombardia, “abbiamo costituito un gruppo di lavoro regionale che si occupa di fare formazione e fa da punto di riferimento per le problematiche che emergono dai nuovi ricorsi”. Per rivolgersi ai 30 sportelli in regione, “basta presentarsi con la ricetta del medico e l’appuntamento da contestare, se te l’hanno dato. Altrimenti è sufficiente la prescrizione medica”, spiega Viani. Il resto lo fa lo sportello che analizza l’inadempienze denunciata, predispone la vertenza individuale e invia le richieste alla direzione dell’Asst e a quella dell’Ufficio relazioni col pubblico. Il bello è che funziona. Indirizzi e recapiti dei 31 sportelli lombardi già operativi si possono consultare sul sito del coordinamento: sportellisalute.lo.it. Secondo Viani, “il meccanismo delle liste d’attesa è studiato perché la gente si rivolga al privato”. Quello che equivale “a una truffa: i cittadini non devono rinunciare a un servizio che hanno già pagato con le tasse”. Anzi, se la Regione non è in grado di erogare la prestazione nei tempi stabiliti, “è obbligata a ricorrere ai servizi accreditati, a quelli in libera professione o a quelli dei privati, al solo costo del ticket, se dovuto”.
Una nube all’orizzonte – “La riforma dell’autonomia differenziata alla quale lavora il governo potrebbe mettere fine ai Livelli essenziali di assistenza, il principale strumento che stiamo utilizzando per i nostri ricorsi”, avverte Viani. Come? Secondo la Costituzione, i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) come la Sanità o la Scuola, vanno garantiti su tutto il territorio nazionale. E ad attuare questa disposizione sono proprio i Lea, compresa la sanità territoriale e dunque i tempi di attesa. Sui quali le regioni devono attualmente rispettare il Piano di governo nazionale delle liste di attesa. Che poi non lo facciano, lo sappiamo. Ma oggi i Piani regionali delle liste d’attesa, almeno sulla carta, non possono derogare a quello nazionale. “Per questo possiamo rivendicare i Lea come diritto immediatamente esigibile”, spiega. “In vista di un più marcato regionalismo finanziario, la riforma cara alla Lega potrebbe subordinare i Lep alla disponibilità economica riconosciuta alle regioni”. Il rischio? “I lunghi tempi di attesa potrebbero diventare la norma, i servizi cambiare radicalmente di regione in regione, compresi quelli di prevenzione, la medicina territoriale e quella ospedaliera”, risponde Viani, che rinnova l’invito “a conoscere e difendere i propri diritti, a cominciare dalla Costituzione”.
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