Alla nuova presidente della Regione Sardegna è riuscita una missione impossibile rianimare un elettorato stremato da anni di battaglie perse e aprire nuovi scenari politici nazionali

La premier Meloni, Schlein e adesso Todde: il potere femminile non è più un caso

(FLAVIA PERINA – lastampa.it) – Come vincono le donne? Quanto vincono le donne? Dopo il successo di Alessandra Todde (e di Elly Schlein) alle Regionali sarde, l’incoronazione di una regina al posto dei soliti re smette di essere un dato episodico, un’eccezione che conferma la regola del potere maschile, e diventa un possibile dato di tendenza. Arriviamo in ritardo. Abbiamo dovuto aspettare il 2022 per la prima premier donna, il 2023 per la prima donna a capo del principale partito progressista, il 2024 per vedere una governatrice battere due candidati uomini convinti fino all’ultimo di essere vincenti (Paolo Truzzu) o di poterle comunque rovinare la festa (Renato Soru). Todde riesce in una doppia missione impossibile: rianimare un elettorato stremato da anni di battaglie perse e rendere possibili nuovi ragionamenti politici a livello nazionale in un quadro che sembrava bloccato sine die.

L’analisi dell’Istituto Cattaneo sul voto sardo dice che la nuova presidente della Sardegna è stata la sola candidata capace di intercettare voti provenienti da altre aree politiche. Li ha ottenuti sia da elettori del terzo polo di Soru sia da simpatizzanti dal centrodestra. Inoltre ha votato per lei la quasi totalità dei «senza partito», cioè della platea che non ha espresso nessun voto di lista giudicando insufficiente l’offerta politica incarnata dai diversi simboli. Il Cattaneo sottolinea la capacità attrattiva personale di Todde, un dato che la accomuna ad altre primedonne emerse negli ultimi tempi. Elly Schlein, innanzitutto, che ha conquistato il suo incarico proprio in virtù della scelta dei «senza tessera» (le sezioni del Pd avevano votato diversamente). E in qualche modo anche Giorgia Meloni, che con la sua personalità ha determinato due anni fa un colossale travaso di voti dalla Lega e da Forza Italia, pur in presenza di due leader accentratori come Matteo Salvini e Silvio Berlusconi.

Bisognerà aggiornare le regole. «Mettiamoci una donna» una volta era la soluzione per le candidature di bandiera, le sfide destinate a sicura sconfitta dove era meglio non bruciare la figura di un uomo. Ne abbiamo viste tante di campagne così, anche di recente. Lucia Borgonzoni mandata dal centrodestra a conquistare l’imprendibile Emilia Romagna. Susanna Ceccardi spedita a espugnare la Toscana. Valeria Ciarambino contro Vincenzo De Luca in Campania. Caterina Chinnici immolata nello scontro con l’armata siciliana di Renato Schifani. Oppure, nei Palazzi, il «serve una donna» risuonava per dovere d’ufficio, per evitare certe sfilate al Quirinale tutte in giacca e cravatta o certi tavoli di partito tutti in grigio maschio. Ecco, adesso dovranno farsi strada altre riflessioni sui sentimenti dell’opinione pubblica. In questi tempi di crisi, di guerra, di mascolinità armate che insanguinano il mondo, affidare il potere a una donna comincia a sembrare agli elettori una scelta assai sensata.

L’accoppiata vincente Todde-Schlein incrementa il dossier «donne al potere in Italia» finora piuttosto scarno e aiuta a capire se questo tipo di leadership può offrire un nuovo modello alla politica dopo gli anni ruggenti dei super-ego maschili. Primo punto, lo stile nella vittoria. Nelle immagini della notte di lunedì, fuori dalla sede dove si stavano sommando gli ultimi decimali, abbiamo visto due signore sorridenti, che leggevano numeri da un foglio stropicciato, e il commento al successo stava tutto nel loro abbraccio. Magari era solo la stanchezza, ma il trionfalismo del Miles Gloriosus – Brindiamo! Comincia una nuova era! Cambierà tutto! – non si è visto. Secondo punto, l’interpretazione del ruolo. Anche qui l’atteggiamento è molto diverso dalle leadership a petto in fuori osservate in tante occasioni: «Sono a capo di una coalizione, interprete di una coalizione, non mi sento un capo-popolo» risponde Todde a chi la incalza. Terzo punto, il rifiuto del miracolismo in nome di un’alta dose di pragmatismo e di una visione concreta dei problemi: «Alle ricette facili non credo», dice la neo-governatrice, e per parlare di povertà non cita dati ma racconta la storia della madre di un disabile costretta a trascinarlo per sette piani a piedi perché gli ascensori delle case popolari sono rotti.

Le donne vincono così. Poi certo bisognerà vedere pure come governano e, nel caso di Schlein, come sapranno sfruttare a livello nazionale il volano di un’elezione locale vinta. Ma un’osservazione si può fare già da adesso: le regine sembrano più serie e anche più preoccupate delle responsabilità che le attendono. Speriamo che il loro stile non cambi, e magari contagi qualche irriducibile re, ex re o aspirante re della politica.