(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Antonio Polito si chiede ironicamente come sia possibile, che tra le 2.538 sacrosante manifestazioni celebratesi in Italia dall’inizio dell’anno, non si sia riusciti a trovare uno strapuntino per esprimere solidarietà a Oleg Orlov, il Nobel mandato in galera da Putin perché aveva osato dargli del fascista (con ciò confermando che Orlov ha ragione).

Il discorso si potrebbe allargare alle oltre 9.000 firme di artisti e intellettuali che chiedono di sprangare la porta della Biennale di Venezia a Israele, decisamente più numerose di quelle che hanno aderito all’appello di Woman Life per escludere dalla stessa rassegna l’Iran dei femminicidi di Stato.

Non è ovviamente in discussione la legittimità di contestare il governo israeliano per quel che sta facendo a Gaza, ma il minore coinvolgimento con cui si manifesta per campagne almeno altrettanto meritevoli di indignazione. Quale bussola infallibile orienta gli indignati e seleziona gli obiettivi? Qualcuno sostiene che si tende a stare dalla parte dei più poveri, ma questo può valere per i palestinesi, certo non per Putin e gli ayatollah. La bussola è geopolitica: gli interessi dell’Impero americano di cui siamo provincia.

Tutto quel che può danneggiarli accende gli animi alla protesta e alla speranza. Invece il dissidente russo e la lapidata iraniana, in quanto oppositori di regimi ostili agli Stati Uniti, fanno il gioco di Washington ed è questo il peccato originale per cui proprio non riescono a meritarsi lo sdegno dei «buoni».