
(di Michele Serra – repubblica.it) – Sul Ponte sullo Stretto, volendone parlare laicamente, è necessario porsi due domande. La prima, in ordine di importanza e anche di logica: è possibile farlo? Cioè: le attuali conoscenze ingegneristiche e tecnologiche consentono di edificare una campata unica di quasi tre chilometri e mezzo?
Il ponte a campata unica più lungo del mondo è quello di Akashi, in Giappone: la lunghezza complessiva, su più piloni, è di quattro chilometri, ma la campata centrale (la più lunga fino a qui realizzata) è inferiore ai due chilometri.
Se la risposta a questa prima domanda è “no, non è possibile”, oppure “sì, è possibile, ma con qualche rischio di collasso”, non può essercene una seconda, e il cumulo sconsiderato di progetti, dichiarazioni, chiacchiere e quattrini spesi dal 1969 a oggi (vedi, sul sito di Repubblica, l’eccellente docufilm di Antonio Nasso “Il ponte che non c’è”) è declassabile a pura propaganda politica, sospettabile, per giunta, di intrallazzo economico.
Se invece è possibile costruirlo, solo allora può subentrare la seconda domanda: è utile o inutile? È un salasso o un volano economico?
Tutti o quasi i talk-show sull’argomento sono dominati dalla seconda domanda, con ambientalisti e sviluppisti che si accapigliano, e l’allarme mafioso esaltato da alcuni, ridimensionato da altri: come se il ponte, almeno sulla carta, fosse cosa già fatta, e si trattasse solo di essere favorevoli o contrari.
Torno alla prima domanda, quella basica: questo benedetto ponte (campata unica di 3,3 chilometri) si può davvero fare oppure no? Non sarebbe meglio, prima di mitizzarlo o di combatterlo, spiegare bene, ma proprio bene, le basi tecniche della discussione? Prima dei polemisti, non bisognerebbe interrogare gli ingegneri? Magari sono noiosi. Però importanti.
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