(Stefano Rossi) – Ricordare le Foibe non basta.

Quando i nostri poveri connazionali scappavano dall’Istria, Dalmazia e altri territori della Venezia-Giulia, accolti con gli striscioni “fascisti” e “traditori”, perché scappavano dal “paradiso” comunista appena formato da Tito nella Jugoslavia, il Pci pensò bene di organizzare un controesodo.

Venne organizzato da Piero Secchia, vice segretario del Pci per “edificare il socialismo” che si stava formando, appunto, nella Jugoslavia.

Un nugolo di duemila persone, chiamate “monfalconesi” “dovevano” controbilanciare l’esodo di massa dei “rinnegati fascisti” che invece tornavano in patria.

Per qualche tempo vennero trattati bene, poi, dopo lo strappo tra Tito e Stalin, Togliatti e tutto il Pci appoggiarono incondizionatamente il dittatore sanguinario Stalin.

E fu la fine dei monfalconesi.

Alcuni, come Riccardo Bellobarbich tornarono da quell’inferno e riuscirono a dire che fecero il primo sciopero, forse unico, in Jugoslavia con gli altri operai slavi che li guardavano come fossero marziani.

La resa dei conti avvenne dopo i fatti del teatro Partizan a Fiume dove gli italiani cercarono di spiegare le ragioni della loro protesta.

Unico caso in cui i comunisti protestarono per il comunismo.

Alla fine Tito, con la sua polizia OZNA, li fece deportare nei gulag e internare.

Solo Ferdinando Marega non si fece prendere e dopo molto tempo riuscì a tornare in Italia e raccontare tutto.

Il Pci abbandonò al loro tragico destino tutti i monfalconesi deportati per chiudere una storia troppo compromettente per la dottrina e i dogmi comunisti.

Il giornalista de L’UnitàTommaso Giglio, poi direttore de L’Europeo, riferendosi al treno che trasportava i profughi, scrisse ben tre articoli, di cui uno era intitolato Chissà dove finirà il treno dei fascisti?

Nel 1947, alcuni italiani raggiunsero il porto di Ancona e furono fatti salire su un treno, ribattezzato dai comunisti “il treno dei fascisti”; a Bologna li attendevano la Croce Rossa e la Pontificia Opera di Assistenza per portar loro generi di conforto.

I sindacalisti si riversarono in stazione con l’intento di bloccare tutto il traffico ferroviario se avessero fatto fermare il “treno dei fascisti”. Quando poi il treno giunse alla stazione di Bologna, molti con le bandiere rosse assalirono il convoglio con lancio di sassi e ortaggi e buttarono a terra il latte che doveva rifocillare i piccoli figli degli istriani.

Nel 2007, il comune di Bologna pose una lapide in ricordo di quel drammatico episodio ma, il furioso attacco al convoglio, è ricordato come “iniziale incomprensione”.

Ricordare le Foibe non basta.

Ricordiamo, invece, una politica demenziale che non ha avuto pietà per  le sorti di troppi italiani.