Colori autunnali tra gli ulivi

(MARIO TOZZI – lastampa.it) – Mentre coloro che dovrebbero essere i più interessati alla riconversione ecologica ripercorrono marce nefaste, sfruttando il potere ricattatorio della produzione del cibo, sarebbe forse il caso di domandarsi se chi ci amministra non abbia completamente mancato il bersaglio tollerando l’intollerabile da una parte, mentre reprimeva la voce della ragione ambientale dall’altra. Al di là della vergogna dei due pesi e due misure, questa domanda assume un significato pregnante se osserviamo con attenzione gli ultimi dati meteoclimatici, in particolare quelli di Copernicus Climate Change Service (C3S), interrogandoci attorno a cosa c’è sull’altro piatto della bilancia, rispetto alle problematiche economiche, ai sovvenzionamenti e alla sopravvivenza delle imprese agricole. Vediamo.

Il mese di gennaio 2024 è già subito da record, il più caldo mai registrato, oltre mezzo grado al di sopra della media del periodo compreso fra il 1991 e il 2020 e oltre un grado e mezzo rispetto al periodo fra il 1850 e il 1900: siamo all’ottavo mese di fila più caldo mai registrato per il rispettivo mese dell’anno. Non basta: gli ultimi dodici mesi nel loro complesso sono stati di 0,6 e 1,5°C più caldi dei riferimenti 1991-2020 e 1850-1900. Questo nonostante alcune punte di freddo (Scandinavia) al di sotto della media. Nella pratica ciò si traduce in ondate di calore, siccità, incendi e perturbazioni meteorologiche a carattere violento, noti toccasana per le attività agricole.

La circolazione atmosferica convettiva della fascia climatica tropicale (cella di Hadley) sta concentrando gigantesche masse di aria calda verso la Terra, allargandosi e spostandosi sempre più a settentrione, generando conseguenze che non si fatica a definire terribili soprattutto per il Mediterraneo. Già sapevamo che i giorni di gran caldo sono in netto aumento: si registrano oggi più di 30 giornate al di sopra dei 32°C, contro una ventina nel 2000 e una decina negli anni’60 del XX secolo. E sapevamo che la corsa forsennata e criminale delle oil & gas corporation ha definitivamente seppellito l’obiettivo dichiarato invalicabile dalla conferenza sul clima di Parigi del 2015: + 1, 5°C. Al momento nessuno scienziato serio ritiene che il riscaldamento atmosferico assommerà a meno di + 2, 7°C nell’imminente futuro. Ciò significherà un allungamento di circa trenta giorni della stagione estiva e con temperature molto più alte di quelle medie. Cosa che coinciderebbe con un processo di desertificazione dell’intera area mediterranea.

Ecco cosa c’è sull’altro piatto della bilancia: il peso enorme della crisi climatica più grave di sempre, quella che renderà inutile e ridicolo il terribile spettacolo di menefreghismo e interesse corporativo cui stiamo assistendo, perché è chiaro che qui non siamo più nel campo delle previsioni, ma in quello delle certezze. E perché è chiaro, al di là anche di ogni irragionevole dubbio, che tutto questo dipende dalle nostre attività produttive a livello globale, agricoltura e zootecnia in particolare, che si trovano nella non invidiabile posizione di dipendere dal cambiamento climatico (vedi siccità), ma di generarlo anche. E quando il settore agricolo poteva farsi antesignano di un rinnovamento, prima di tutto culturale, che sostituisse i vecchi strumenti produttivi e favorisse una transizione, che sarà comunque obbligata, ha deciso di continuare come prima, sperando che non accada niente.

Così a noi toccheranno le palme e il dattero, mentre il Brunello lo produrranno a Stoccolma e l’olio di oliva a Berlino, non avendo capito che nessuna economia agricola è garantita, se non si garantiscono condizioni ambientali sane. E che la crisi climatica diventa inevitabile se non prendiamo decisioni draconiane qui e subito, magari facendole pagare all’industria gaspetrocarbonifera, vera responsabile del disastro. In un vecchio racconto, che diventa molto attuale oggi, un ricco signore di Teheran vede il suo servo ritornare dal mercato terribilmente impaurito per essere stato minacciato dalla Morte in persona. Al che il padrone gli concede il suo migliore cavallo e lo fa fuggire dirigendolo verso Isfahan, dove egli aveva dei conoscenti. Poi, non contento, si reca al mercato cercando la Morte, e quando la incontra le chiede ragione del suo gesto di minaccia. Al che la Morte risponde: «Non era un gesto di minaccia il mio, ma di sorpresa, perché non lo aspettavo qui, ma a Isfahan. Ed è lì che mi sto recando».