ACCORDICCHIO – La governance divisa in due: Cutaia direttore generale, De Fusco artistico. Tutti felici e contenti: i dem piazzano Fuortes al Maggio Fiorentino

(DI LEONARDO BISON – ilfattoquotidiano.it) – Dopo dieci giorni di polemiche, accuse reciproche, delibere e minacce di ricorsi, sembra destinata a scoppiare la pace al Teatro di Roma, dove, come anticipato da Repubblica, è stato trovato un accordo tra Comune di Roma, Ministero della Cultura e Regione Lazio sul nuovo direttore. Dopo il blitz di tre quinti del Cda, che aveva portato alla nomina di Luca De Fusco a direttore generale contro il parere del presidente e del Comune di Roma (che spingevano invece, con il ministro Gennaro Sangiuliano, per la nomina di Onofrio Cutaia, oggi a Firenze), e la conseguente minaccia dell’assemblea capitolina di sciogliere la fondazione, si va verso un semplice sdoppiamento della poltrona: Cutaia direttore generale, De Fusco direttore artistico. Un modello a doppia carica già previsto in diversi teatri nazionali italiani, non nella fondazione Teatro di Roma, per cui sarebbe necessaria una modifica dello statuto: la modifica però ci sarà, e sia il centrodestra sia il centrosinistra avranno il direttore a loro gradito.

Spostato Cutaia a Roma, e liberato così il posto di sovrintendente del Maggio Fiorentino, a Firenze potrà sistemarsi Carlo Fuortes: l’ex ad Rai la cui necessità di poltrona, dopo lo stop dei giudici al suo incarico al San Carlo di Napoli, aveva fatto scattare il domino che aveva reso inutile il bando per la direzione del Teatro di Roma (giusto per la cronaca, erano 42 i candidati).

Il finale era forse scritto, ma certo grottesco dopo settimane in cui sono volate parole pesantissime. “Dalla destra un atto di arroganza: i partiti non si intromettano”, aveva detto solo pochi giorni fa il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, “è nostro dovere garantire che le scelte del Cda siano basate sul merito e mai influenzate da pressioni politiche”. “Un tentativo di occupazione da parte della destra che denunciamo e a cui ci opporremo con tutte le nostre forze”, secondo l’assessore alla Cultura Miguel Gotor, che era sceso in piazza con gli artisti e i registi contrari alla nomina di De Fusco a direttore. Ma anche “è finito il tempo dell’amichettismo, nei posti ci vanno le persone che hanno le competenze, non serve più avere la tessera del Pd”, usando le parole della premier Giorgia Meloni. Ecco, nulla di tutto questo. Il gioco delle poltrone e delle nomine politiche s’era semplicemente inceppato di fronte al fatto che il Comune di Roma aveva infilato i suoi teatri in una fondazione in cui la regione Lazio contava in Cda due membri, come il Comune, nonostante mettesse meno di un terzo dei fondi per i teatri (comunali) rispetto a Roma Capitale. E diventano piuttosto ironiche, col senno del poi, le parole del presidente della Fondazione Francesco Siciliano, che subito dopo il blitz in Cda, per evitare di esplicitare il disappunto per il mancato accordo su Cutaia, aveva spiegato alla stampa che per la nomina la commissione si era riunita “per una mezza mattinata e davanti a 42 domande che contenevano non solo i curricula ma anche i progetti culturali e manageriali per il Teatro ha chiuso i lavori indicando tre nomi, tutti maschili. Devo segnalare che un membro della commissione ha messo a verbale la sua contrarietà per l’assenza di candidature femminili tra quelle selezionate” sollevando la possibilità di irregolarità. Ora non ci sarà un solo direttore maschio, ma due, e nel frattempo si libera il posto anche per un terzo direttore maschio, Fuortes, a Firenze.

Il punto è sempre stato un altro, cioè che “non è in alcun modo possibile e accettabile che Roma Capitale e i suoi rappresentanti vengano estromessi dalle decisioni strategiche più importanti” su una fondazione che gestisce i teatri comunali, usando le parole del sindaco. Le uniche parole invecchiate bene sono quelle dello stesso De Fusco: “Tutto si ricomporrà”. Così è stato, con buona pace del merito, che in questa storia non ha mai contato. “Non c’è nessuna spartizione politica” ha dichiarato ieri il sindaco di Roma Gualtieri, ma solo un positivo passaggio a un “modello di governance duale”. In tutto ciò, essendo il Teatro di Roma una fondazione di partecipazione, i soci (il consiglio comunale e regionale) dovrebbero discutere le ipotesi su cambi dello statuto prima che queste vengano sventolate alla stampa come cosa fatta. Ma in questo caso non c’è nessun blitz della destra: non formalizziamoci.