(di Massimo Gramellini – corriere.it) – In Italia stava per sorgere l’alba, ma nel penitenziario di Atmore, Alabama, era appena scesa la notte. Dopo averlo legato stretto al lettino, gli hanno applicato una maschera sulla faccia, stando attenti che aderisse alla perfezione. Poi hanno aperto la valvola e l’azoto si è fatto strada verso le narici, mentre lui tratteneva il respiro come un subacqueo in apnea, nel tentativo di ritardare l’impatto col gas. Quando infine l’azoto lo ha invaso, ha cominciato a divincolarsi in preda agli spasmi. «Ha lottato con i legacci», ha riassunto in modo asettico il funzionario del carcere, prima di concludere con una frase che forse nelle sue intenzioni voleva suonare rassicurante: «Tutto è andato come previsto».

Invece è proprio lì il problema: che certe cose non andrebbero previste e tantomeno viste. Persino chi si dichiara favorevole alla pena di morte proverà, mi auguro, un moto di disgusto per un atto che sa di puro sadismo e che non è opera di un regime tirannico e sanguinario, ma effetto di una democratica sentenza confermata dalla Corte suprema degli Stati Uniti.

Il condannato Kenneth Smith era sopravvissuto due anni fa a un’iniezione letale perché non erano riusciti a trovargli una vena dove infilare l’ago. Così lo hanno sottoposto a questa diavoleria ideata da un regista di film horror e rifiutata con sdegno anche dai veterinari. Si chiama ipossia d’azoto: fa sparire l’ossigeno dall’aria e, con l’ossigeno, eventuali residui di umanità.