Basterebbe l’immediatezza con cui i nostri lettori ci hanno inviato decine di storie commoventi – di cui solo una piccola parte può trovar spazio in queste pagine – a dimostrare che […]

(DI GAD LERNER – ilfattoquotidiano.it) – Basterebbe l’immediatezza con cui i nostri lettori ci hanno inviato decine di storie commoventi – di cui solo una piccola parte può trovar spazio in queste pagine – a dimostrare che il Giorno della Memoria, entrato nel nostro calendario civile su proposta di Furio Colombo cinque anni prima che le Nazioni Unite lo facessero proprio, non è una ricorrenza inutile. Basterebbe il piccolo grande gesto di zia Ida che all’ufficio postale di Bolzano nasconde la lettera con cui veniva richiesto l’elenco dei dipendenti “di razza ebraica” per ricordarci che l’indifferenza non è mai un muro inscalfibile. Ne va giustamente orgoglioso il nipote Mario Calliari. Eppure non basta questo imperativo del ricordo per trovare risposta alle domande più scomode: quelle riguardanti il formarsi della mentalità dei carnefici, la loro obbedienza a ordini disumani, perfino la convinzione di operare scelte necessarie praticando la delazione, la deportazione, la tortura e l’uccisione di persone innocenti considerate nocive, inferiori per loro stessa natura. Condannare le leggi razziali varate in Italia cinque anni prima della Shoah sottacendo che l’ideologia fascista già conteneva in sé questo esito criminale, e potrebbe rigenerarlo, sia pure in forme differenti, nel nuovo tempo di guerra, è troppo comodo. Non si può solidarizzare con le vittime di ottant’anni fa per dare luogo a un’insulsa competizione su chi siano le “vere” vittime di oggi. E così giustificare nuovi massacri. Più faticoso, nel Giorno della Memoria, è misurarsi con la disponibilità a farsi carnefici e con la cecità degli indifferenti. Per cui se anche i giovani palestinesi, in buona o cattiva fede, citano Primo Levi e chiedono di manifestare il 27 gennaio, andrebbe considerato un passo avanti da cui ripartire insieme.