Nel 2004 erano dodici i Paesi che avevano scelto come Giornata della memoria la data del 27 gennaio. Tra questi la Germania, la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia e i Paesi […]

(DI FABIO MINI – ilfattoquotidiano.it) – Nel 2004 erano dodici i Paesi che avevano scelto come Giornata della memoria la data del 27 gennaio. Tra questi la Germania, la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia e i Paesi scandinavi. Nel 2004 Israele ha istituito questa data come segno della lotta contro l’antisemitismo. Sempre nel 2004, undici Paesi europei avevano invece scelto delle date legate alla loro storia locale. L’Italia, con la legge 211 del 2000, è stata quindi tra le prime nazioni a riconoscere “il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ‘Giorno della memoria’, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei”. Ed è stata tra i primi a prevedere nell’ambito del ministero dell’Interno il “Comitato contro la discriminazione e l’antisemitismo”. Le Nazioni Unite hanno istituito il Giorno della memoria soltanto nel 2005.
Dobbiamo essere davvero orgogliosi di questa legge di civiltà e di giustizia, ma non possiamo considerarla un atto finale del processo riparatorio dei crimini commessi. Oggi il governo ci informa che l’antisemitismo è diffuso e selvaggio e quindi si costituisce una task force di polizia per combatterlo. Resta da vedere quali “semiti” saranno protetti. Un altro primato della nostra legge è che cita espressamente tra i beneficiari della memoria celebrativa le vittime ebree e “tutti gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”. È qualcosa che altri Stati non hanno contemplato, ma a differenza di essi la nostra legge non cita gli autori dei crimini. Dobbiamo immaginarli. Se questo da un lato rivela l’ambiguità politica e l’incapacità di fare i conti con il passato, da un altro provvede a una funzione essenziale, quasi naturale: libera “spazio di memoria”.
La memoria del dramma subìto dal popolo ebraico da 80 anni occupa sempre più spazio nella nostra memoria. Gradualmente, ma incessantemente, abbiamo cancellato i ricordi di altri massacri e crimini egualmente abietti. Eppure proprio la Shoah ci dovrebbe ricordare quanti altri popoli e gruppi sociali hanno patito la persecuzione e l’annientamento e sono stati dimenticati.
La pianificazione di sterminio nazi-fascista prevedeva l’individuazione esatta della vittima con apposito marchio: gli ebrei dovevano portare la stella gialla, i politici un triangolo rosso, gli omosessuali quello rosa, gli “anti-sociali” e le lesbiche quello nero, gli zingari quello marrone, i testimoni di Geova quello viola e infine gli immigrati quello blu. Oggi degli ebrei ricordiamo tutto, degli altri disgraziati e degli altri genocidi avvenuti nel mondo a opera di altri nazifascisti consapevoli o a loro insaputa, non si fa neppure cenno.
Non è cattiveria, ma mancanza di spazio di memoria. Il XX secolo è stato definito “il secolo dei genocidi” o “il secolo dei totalitarismi”. In realtà i genocidi e gli stermini hanno caratterizzato interi millenni con le espansioni imperiali, la schiavitù coloniale, la repressione dei movimenti di liberazione e di nuovo l’imperialismo nazi-fascista, il neo-colonialismo liberista, comunista e anticomunista. Limitare l’esecrazione a un particolare secolo o anno rivela la volontà o la necessità di dimenticare. Non è cattiveria, ma una questione di spazio di memoria.
Ancora oggi si fanno sottili distinguo tra genocidio e “gravi violazioni” come i massacri, le pulizie etniche, le rappresaglie illegali, le stragi di non combattenti che causano anch’essi un numero elevato di vittime e sono anch’essi crimini di guerra o contro l’umanità. La distinzione è necessaria per la legalità, ma nasce il sospetto che con la disquisizione sul genocidio si vogliano derubricare e condonare gli altri crimini. I genocidi e i crimini proseguono e sono sempre più efferati, il terrorismo è adottato dai criminali come dagli Stati, dagli oppressori come dagli insorti, ma la sensibilità della gente e la capacità di comprendere sono aumentate e neppure la propaganda più sofisticata riesce a sopirle come vorrebbe. Lo scandalo che suscitano riduce la nostra capacità di accettazione e la mente, satura del passato, chiede di liberare spazio di memoria.
La Shoah occupa giustamente uno spazio immenso nelle nostre menti: è il massimo simbolo e monito di un crimine che, come tutti retoricamente dicono, non deve più ripetersi. Lo spazio di memoria degli altri genocidi e crimini si è ridotto fino all’estinzione. Quindi ora è la Shoah a rischiare di subire un graduale processo di rimozione paradossalmente favorito dallo stesso Stato ebraico d’Israele con le sue operazioni militari “speciali” contro i palestinesi. Gli effetti di queste operazioni, oltre a erodere la credibilità e la dignità d’Israele e di tutti gli Stati che lo aiutano e giustificano, stanno sostituendo nella mente di tutti i cittadini del mondo, compresi molti israeliani, i ricordi del passato remoto. Non è cattiveria, ma solo una questione di spazio di memoria.
Sarebbe da suggerire un buon programma di deframmentazione.
Ad ogni modo, per i più tignosi, la definizione di semiti:
Semiti è un termine che si riferisce a tutti quei popoli che parlano, o hanno parlato, lingue del ceppo semitico, cioè gli Arabi, gli Ebrei, gli Aramei, gli Assiri, i Cananeo-Fenici e dal punto di vista prettamente linguistico gli Abissini.
Storia
Il primo a utilizzare l’aggettivo “Semitico” per riferirsi a una famiglia linguistica fu August Ludwig von Schlözer nel testo Von den Chäldaem nel 1781[1], definizione popolarizzata nel 1787 da Johann Gottfried Eichhorn (Einleitung in das Alte Testament, Lipsia, II ed., I, p. 45) che volle rifarsi alla definizione biblica di Genesi X-XI, che indicava una serie di nazioni discese da Sem, uno dei figli del patriarca Noè; gli altri erano Cam e Jafet.
Nel 1879, un giornalista tedesco, Wilhelm Marr, coniò il termine antisemitismo nell’opuscolo La Vittoria del Germanesimo sul Giudaismo, fondando nello stesso anno la Lega degli Antisemiti.
Origini
L’idea di un popolo semita è derivata dal racconto biblico sulle origini della cultura conosciuta, fin dall’antichità, come ebraica. Gli Ebrei affermano di essere discendenti di Sem e spesso identificano i popoli loro nemici nelle sette Nazioni in origine viventi nella terra di Canaan, alcuni discendenti del fratello Cam non originariamente stanziatisi in Africa.
Secondo la Genesi Sem fu il padre degli Assiri, dei Caldei, degli Aramei, dei Sabei e appunto degli Ebrei, dei Moabiti e degli Ammoniti, degli Idumei occidentali, discendenti di Esaù, anche detti Edomiti, dei veri Ismaeliti, dei Midianiti, dei discendenti di Labano e di tutti gli altri discendenti da cui sorsero alcune delle 70 Nazioni descritte nel Tanakh. Storicamente sappiamo come le lingue di questi popoli siano strettamente correlate tra loro, a formare appunto il ceppo linguistico semitico. Anche i Cananei e gli Amorrei parlavano una lingua appartenente a questo gruppo, benché nella Genesi vengano descritti come figli di Cam.
Nell’Europa antica tutti i popoli dell’Asia vicina e del medio-oriente erano considerati, in base alla Bibbia ed alla Torah, discendenti di Sem.
Lingua
L’antico significato del termine semitico, benché derivato dall’uso che ne fa la Bibbia, non è identico a questo. Nel contesto linguistico le lingue semitiche comprendono, tra gli altri, arabo, ebraico, cananaico, accadico, aramaico ed amarico. Alcuni dei popoli che parlarono queste lingue erano discendenti dei Fenici, nome con cui i Greci identificavano i Cananei. Al culmine della potenza cartaginese, i linguaggi semitici erano largamente parlati in tutta l’area del Mediterraneo meridionale fino all’Oceano Atlantico, dato che Cartagine era originariamente una colonia fenicia.
Il termine antisemita è spesso usato nell’accezione impropria di anti-ebraico.
Linguaggi semitici sono parlati anche a Malta e a Socotra, nell’Oceano Indiano. Inoltre milioni di arabi, musulmani e cristiani, scrivono (e, in parte, sanno parlare) la lingua araba classica (fuṣḥah) come seconda lingua e molti ebrei sparsi per il mondo conoscono l’ebraico.
Da notare che lingue come il copto, il berbero, il somalo ed altre lingue correlate usate nell’area afro-asiatica non appartengono al ceppo semitico.
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“Secondo la Genesi Sem fu il padre degli Assiri, dei Caldei, degli Aramei, dei Sabei e appunto degli Ebrei, dei Moabiti e degli Ammoniti, degli Idumei occidentali, discendenti di Esaù, anche detti Edomiti, dei veri Ismaeliti, dei Midianiti, dei discendenti di Labano e di tutti gli altri discendenti”……………………..che puttaniere!!
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Grande Mini !!! Annegando nelle forzature della retorica nascondiamo la nostra natura. I crimini contro l’ umanità sono tali se a commetterli sono gli altri.
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Pubble sul giorno della Memoria:
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🫣🫣👍
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