La Presidente ha una strategia chiara: vincere le regionali e le europee, e poi sull’onda del successo giocarsi tutte le carte sulla “madre di tutte le riforme

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Alla fine, anche la Resistibile Armata di Capitan Salvini ha alzato bandiera bianca. La poderosa “Linea del Flumini Mannu” (l’improbabile Piave isolano della Lega) ha ceduto miseramente, sotto il fuoco amico della fanteria meloniana. Com’era facilmente prevedibile, la Sorella d’Italia si è presa anche la Sardegna, dove alle regionali correrà il suo fedelissimo Truzzu: il pugnace sindaco di Cagliari che – giusto per fugare ogni dubbio sul suo presunto vetero-fascismo – ha tatuato sul braccio un bel “Trux” (e chi vuole intendere, intenda). Giorgia Meloni prosegue così la sua marcia trionfale verso quei “pieni poteri” che l’avventato Uomo del Papeete invocò inutilmente cinque estati fa, e che ora l’astuta Donna della Garbatella potrebbe ottenere con tanto di investitura costituzionale. Con una coalizione piegata alla sua volontà, e un’opposizione fiaccata dalle sue vacuità, la Presidente ha una strategia ormai chiara: vincere le regionali e le europee, e poi sull’onda del successo giocarsi tutte le carte sulla “madre di tutte le riforme”: il premierato, che sancirebbe finalmente il passaggio dalla democrazia alla “capocrazia”.
La chiama così Michele Ainis, nel suo saggio appena uscito dalla Nave di Teseo. E mai neologismo fu più azzeccato. L’elezione diretta del premier – il rospo uscito a sorpresa dal cilindro magico dei Fratelli d’Italia e ingoiato a forza dai parenti-serpenti forzaleghisti – è davvero una riforma che deforma. Istituzionalizza il presidenzialismo sgangherato che ci portiamo dietro da quasi vent’anni. Cioè da quando una forzatura nel voto del 2001 – poi codificata in un’oscena legge elettorale del 2005 – consentì a Berlusconi di scrivere il suo nome sulla scheda. Da allora la costituzione materiale ha manomesso la Costituzione Formale. Dal consenso ai partiti siamo passati alla fiducia ai leader. Dai partiti personali siamo passati ai partiti presidenziali. Adesso siamo pronti all’ultima, decisiva “transizione” dal presidenzialismo di fatto al premierato di diritto.
Tutto si tiene. Cos’altro è la Meloni di oggi, se non “l’unico capo della coalizione”, formula testuale già scolpita all’articolo 5-comma 2 del Porcellum, che ora attende solo la sua trasposizione costituzionale? “Capo politico”: espressione d’antan che non a caso – cito ancora Ainis – “rievoca la legge fascistissima n. 2263 del 1925, con cui il presidente del Consiglio venne trasformato in ‘capo del governo’…”. Tutto torna. A cos’altro punta Meloni, se non a dominare l’esecutivo, “colonizzare” il territorio e presidiare lo spazio politico che va dall’ultradestra al centro, approfittando del declino dei suoi amici e dell’eclissi dei suoi nemici? Una ad una, la premier occupa tutte le “casematte del potere”, per usare la formula di Gramsci, appena promosso dal dadaista ministro Sangiuliano nel Pantheon dei Patrioti, al fianco di Dante e Tolkien.
L’operazione Sardegna, nel suo piccolo, è un paradigma. La prova di forza è riuscita. Ed è solo l’inizio. Dopo aver ammainato la già logora bandiera di Solinas, Salvini cercherà un altro Piave minore: magari proverà con la Linea dell’Ofanto, contendendo la Basilicata all’esausto Tajani. Una guerricciola tra poveri nel giardino di casa: per Giorgia, il massimo risultato col minimo sforzo. D’altra parte, come darle torto? Cosa dovrebbe concedere la Sovrana, a una corte dei miracoli come Fratelli d’Italia e a un manipolo di cortigiani come Lega e Forza Italia? Il calcolo spannometrico fatto dal ministro-cognato Lollobrigida non fa una piega: a livello regionale la Lega governa 17 milioni di italiani, Forza Italia 13,5 e Fratelli d’Italia solo 8. Vi pare una fotografia che riflette i risultati del voto nazionale del 25 settembre 2022? O non è “il mondo all’incontrario”, per restare ai sacri testi del generale Vannacci? È ovvio che i rapporti di forza vanno sovvertiti.
Certo, con Berlusconi per gli inquilini della Casa delle Libertà era un’altra musica. “Quando c’era Lui”, tra soldi e poltrone, ce n’era per tutti. Ma oggi Lui non c’è più. C’è Lei, ed è tutt’altra storia. Sulle scelte di governo, sulla manovra, sulle nomine. Sulle regionali, ma anche sulle europee, dove Meloni non si farà sfuggire l’occasione di fare la capolista ovunque. Anche qui, come darle torto? L’elettorato della destra non ha il problema della coerenza, quindi se ti candidi a Strasburgo e poi non ci vai non c’è problema, quelle sono riserve morali che angustiano solo gli appositi radical chic e i pensosi intellò della Rive Gauche. D’altronde proprio il Cavaliere, da premier in carica, scese in campo nel 1994, nel 2004 e nel 2009. E lo stesso Salvini, che adesso per sfuggire a una lotta impari con la sua carnefice si è tirato indietro per finta “nobiltà”, nel 2019 da vicepremier e ministro degli Interni si schierò in tutte e cinque le circoscrizioni, portando a casa lo storico 34,3%.
Oggi Meloni può compiere lo stesso exploit. In forza di quello – e in funzione del risultato dei conservatori della sua famiglia europea, dagli ungheresi ai polacchi – deciderà come schierarsi nell’Europarlamento e nelle scelte sulla Commissione e la presidenza del Consiglio Ue. Ha ancora tante incognite sul suo cammino. In politica interna, a dispetto delle balle spaziali della tronfia propaganda “chigista”, le diseguaglianze stanno esplodendo, la crescita non c’è, il debito pubblico non cala, arriverà la procedura d’infrazione per deficit eccessivo, ci faranno pagare il no al Mes. In politica estera, le due guerre in Ucraina e in Medioriente promettono il peggio, e magari un giorno dovremo mandare navi e soldati dietro qualche linea del fronte. Se poi Trump vincesse le presidenziali americane il pianeta entrerebbe davvero in “Terra incognita”. Ma tutto questo, almeno in Occidente, gioca paradossalmente a favore della stabilizzazione dei governi in carica. Quindi per la Presidente il solco è tracciato: avanti spedita, fino alle elezioni di giugno e oltre.
Chi la può fermare? Gli organi di garanzia, nello schema “capocratico”, saranno regolati proprio dal futuro premierato. Il Presidente della Repubblica, Re Travicello ancora scelto dai partiti screditati, non avrà più poteri nello scioglimento delle Camere e nella nomina del premier (consacrato invece dal voto del popolo). La Consulta, con buona pace di Augusto Barbera, sarà presto “normalizzata” dai quattro nuovi giudici laici scelti in base alla “fratellanza” secondo il più classico spoil system. La magistratura – in attesa di un bel decreto sulla separazione delle carriere che limiti “i poteri immensi dei Pm” (sic!) – viene mascariata quotidianamente dal ministro Nordio, nel nome di una giustizia che sbatte in galera i poveri cristi (basta con i ballerini di rave e gli ambientalisti di piazza!), mentre usa il guanto di velluto con i colletti bianchi (basta con l’abuso d’ufficio, i nomi dei non indagati nelle intercettazioni e la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare!). Il Parlamento non ha bisogno di “cure”: è già di suo ridotto a bivacco di manipoli, costretto a votare a raffica solo decreti governativi e leggi delega.

Certo, ci sarebbero ancora le opposizioni. Ma quando avranno finito con le liti tafazziane e le gite fantozziane, i karaoke in pullman e i ritiri spirituali nei resort dei frati cappuccini, allora forse ne riparleremo. È vero, Elly Schlein si è accorta finalmente che l’Agenzia Stefani sta facendo carne di porco in Rai: meglio tardi che mai. Ha anche aggiunto che “Meloni è peggio di Berlusconi”. Alla buonora, signora segretaria. È un piccolo passo avanti. Ma c’è ancora tanta, tantissima strada da fare, per salvare la democrazia dalla “capocrazia”.
Ti butto lì due tre cose: Germania in recessione (con le gravissime implicazioni che questo comporta anche per le altre economie, soprattutto la ns), guerre (che fomentiamo) a rischio espansione ed elezioni usa tra dieci mesi.
Il premierato è riforma costituzionale, perciò avrà tempi dilatati; il vero spauracchio per la meloni è Trump: se tutti i dati peggioreranno, la vittoria di Trump (con probabile disimpegno militare/Nato), la signora meloni dovrà affrontare una opinione pubblica e una solidità di governo messe a durissima prova a causa delle posizioni autolesionistiche fin qui intraprese.
Dubito che gli italiani si preoccupino della sorte del capo e delle sue ambizioni se si ritrovano col portafoglio assottigliato e con guerre alle porte .
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