(di Michele Serra – repubblica.it) – Si capisce che la figura di Trump (che ha tratti paranoici, un livello culturale paurosamente basso e la caratura democratica di un hater sui social) monopolizzi l’attenzione in vista della corsa alla Casa Bianca. Ma l’aspetto macroscopico delle presidenziali americane è che saranno due ottuagenari a contendersi il ruolo di potere più rilevante del pianeta — a parte la leadership cinese, che conta altrettanto e forse un poco di più.

Mi sembra che questo aspetto, a ben vedere sconvolgente, non sia abbastanza dibattuto. A fronte dell’oceanico dibattito sui generi e le discriminazioni di genere, cosa vogliamo e possiamo dire di questo derby tra due vecchi maschi, che sembra una fotografia della decadenza occidentale?

Ma non è pazzesco che le cosiddette due Americhe non siano state in grado di scongiurare questa triste pantomima gerontocratica, conclusa la quale più dei programmi politici saranno le analisi cliniche a contare?

Essendo impareggiabile, Trump, come catalizzatore dell’odio e del rancore che sono, purtroppo, il motore della destra non solo americana, si può anche capire che i repubblicani non riescano a trovare un candidato della stessa efficacia.

Ma i democratici, che tra l’altro sono in vantaggio nell’elettorato più giovane e, in quanto “progressisti”, dovrebbero porsi il problema del ricambio delle classi dirigenti, e del dinamismo, e dell’innovazione? Possibile che non si siano posti il problema cercando di risolverlo, invece di subirlo?

Ovviamente faremo un tifo disperato per Joe Biden. Ma ci toccherà anche fare un tifo disperato per il suo cardiologo, il suo urologo, il suo neurologo e, da come cammina, anche il suo osteopata.