Un poliziotto a Praga 

(FRANCO CARDINI – lastampa.it) – L’eccidio all’università è avvenuto proprio nella Piazza dedica a Jan Palach, uno dei luoghi più belli di Praga, fiancheggiato da diversi edifici monumentali, come la famosa sala da concerto Rudolfinum o il Museo delle Arti Decorative. È la condanna di una città magica. Infatti un altro edificio importante è proprio la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Carlo, dove oggi si è sparato, la cui facciata reca una notevole targa commemorativa, opera dello scultore Olbram Zoubek, con la maschera mortuaria di Jan Palach, lo studente che il 16 gennaio 1969 decise di darsi fuoco in Piazza San Venceslao per protestare contro l’occupazione della Cecoslovacchia. Nove giorni dopo, il 25, un’immensa folla guidata dal rettore e dai professori dell’Università Carlo gli tributava funerali solenni. Il regime era stato in qualche modo restaurato, ma nulla avrebbe più potuto davvero essere come prima. Il risveglio degli Anni Sessanta era stato segnato, a Praga, da una certa vivacità, segno di un disgelo che si sarebbe presto tradotto anche in una nuova apertura al turismo anche se l’esito del movimento della “Primavera”, sulle prime, non parve lasciare dietro di sé una scia innovativa.

Come la rivolta di Budapest del 1956, la “Primavera di Praga” del 1968 non aveva mai preteso di uscire dall’alveo del sistema socialista: anzi, in entrambi i casi quel che si era chiesto era stato semmai un “vero socialismo”, un “socialismo dal volto umano”. Nell’aprile del ’69 si rispose tuttavia a tali istanze, che apparivano ormai rientrate, con l’elezione a primo segretario del partito del neostalinista Gustav Husak e con una repressione sistematica e capillare accompagnata da provvedimenti epurativi nel partito, nelle accademie, nelle università e nel forte, creativo settore cinematografico. A differenza di altri paesi del blocco socialista, che in vario modo si erano andati aprendo all’economia occidentale, la Cecoslovacchia rafforzò i suoi legami con l’URSS non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello economico. Il risveglio a lungo auspicato si fece evidente alla fine degli Anni Settanta: le varie espressioni di dissenso e addirittura di opposizione, che si erano fino ad allora espresse in un samiždat che aveva assunto nel tempo impressionanti dimensioni, vennero alla luce il 6 gennaio del 1977 con la dichiarazione del movimento Charta 77 promosso da 241 firmatari: i leaders erano il futuro presidente Václav Havel, scrittore, mai stato comunista; Jan Patocka, filosofo cattolico; Jiři Kajek, comunista ed ex ministro ma espulso da partito nel 1968.

L’avvio di una nuova era chiudeva per la città e il paese un periodo di grave crisi. Ma di crisi importanti la splendida capitale boema, nella sua storia, ne aveva vissute molte. Nel nome, Palach ricordava un altro Jan della storia nazionale, Huss (Francesco Guccini li ricordava insieme nella celebre “Primavera di Praga”), professore nell’Università di Praga, che aveva elaborato, anche ispirandosi all’inglese Wyclif, una dottrina basata sulla rivendicazione della lettura delle Scritture da parte di ciascun cristiano, con il rigetto della gerarchia ecclesiastica e la necessità che la Chiesa tornasse povera come nei tempi del Vangelo. I suoi seguaci, tuttavia, avevano aggiunto a questi princìpi una vigorosa passione nazionale: lo hussismo divenne la bandiera del mondo slavo-boemo contro l’egemonia tedesca.

Jan Hus fu attirato nel 1415 con la promessa di un salvacondotto a Costanza, dove allora aveva sede il Concilio, affinché illustrasse le sue ragioni: ma una volta lì fu arrestato, processato e condannato a morte come eretico. Il suo movimento, tuttavia, non scomparve con lui; al contrario, condusse a una rivolta e a una vera guerra civile. Tra l’estate del ’15 e il febbraio del ’16 i preti che rifiutavano il nuovo rito eucaristico furono espulsi uno per uno dalle loro parrocchie. Nel marzo del 1417 l’università accettò con pubblico decreto il principio della comunione sotto le due specie e i maestri che si rifiutarono di ottemperarvi furono obbligati a dimettersi. Il nuovo papa espresso dal concilio, Martino V, dispose in replica a ciò la sospensione delle attività universitarie: ma il suo ordine, rispettato dalle facoltà di teologia e di diritto, non ebbe esito per quella delle arti che continuò l’attività.

Il 23 luglio del 1419, presso la chiesa di Sant’Ambrogio, i fedeli di Hus chiesero di nuovo formalmente al re l’autorizzazione affinché anche ai laici fosse ufficialmente concesso l’uso dell’eucaristia sotto entrambe le specie. A un suo ennesimo e deciso rifiuto – egli non avrebbe potuto mai fare altrimenti nemmeno se avesse voluto, data la posizione del papa e del re dei romani – essi decisero che l’ora di un’azione decisa e definitiva era venuta. Il 30 luglio del 1419 un gruppo di loro rappresentanti fu ammesso nella Novoměstská radnice, la “casa comunale” situata nel Nové Město: ma, anziché venir ascoltati mentre esponevano di nuovo le loro richieste, vennero arrestati.

Subito una folla marciò sull’edificio chiedendo a gran voce la loro liberazione: al rifiuto, i dimostranti penetrarono all’interno, lo invasero e gettarono dalla finestra i consiglieri che si erano opposti al rilascio; quelli dei malcapitati ch’erano sopravvissuti al volo furono massacrati dalla folla sottostante. Fu, quella, la “prima defenestrazione” di Praga. La seconda arrivò sempre per le stesse dispute nel settembre del 1483 quando una sommossa per impadronirsi della casa comunale della Città Vecchia finì tragicamente per un altro borgomastro, Jan di Klobouky.

E infine la terza e più celebre: la grande “Defenestrazione di Praga” dell 23 maggio 1618 quando a finire fuori dalle finestre rinascimentali del Hrad (il Castello di Praga) furono due governatori cittadini, Vilem Slavata di Chlum e Jaroslav Borita di Martinic insieme con un segretario, Johannes Fabricius. I rivoltosi appoggiavano la riforma per la libertà di culto voluta da Rodolfo II nei suoi ultimi anni, e il governo rappresentava invece Ferdinando II, fervente fautore della controriforma. Pare che un mucchio di letame, “accidentalmente” collocato proprio sotto la fatale finestra, attutisse la caduta dei tre, e alcuni cattolici giunsero a gridare al miracolo. Era l’inizio della Guerra dei Trent’Anni che tra il 1618 e il 1648 avrebbe dilaniato e spopolato vaste regioni d’Europa.