Le unghie di Iryna e l’uomo del tè. Tutti i giorni, dall’inizio dei bombardamenti israeliani, apro le pagine social dei pochi giornalisti e fotoreporter a Gaza per vedere cosa […]

(DI SELVAGGIA LUCARELLI – ilfattoquotidiano.it) – Tutti i giorni, dall’inizio dei bombardamenti israeliani, apro le pagine social dei pochi giornalisti e fotoreporter a Gaza per vedere cosa sta accadendo alla popolazione in fuga, a quella stipata in campi profughi improvvisati, a quella che è ancora nelle proprie case o impossibilitata a muoversi. Gaza è un mondo di storie strazianti, di lutti e resistenza, di storie che sono un pozzo infinito da cui attingere, se non fosse ormai pratica comune aderire a un più comodo disimpegno morale. La parola d’ordine, per rendere accettabile ciò che sta succedendo a Gaza, è deumanizzare. I volti, le storie, i bambini non devono essere raccontati, mostrati. Al massimo, si parla di bombardamenti. Che poi è l’esatto contrario di quello che accadeva con i civili ucraini. In Ucraina, la parola d’ordine è sempre stata il più possibile “umanizzare”. Dare un volto a ogni morto, raccontare chi fosse, cercare i suoi familiari, avvicinare lo sguardo del mondo il più possibile al dramma dei civili uccisi dai russi. Penso a quella povera famiglia colpita da una granata mentre fuggiva da Irpin: una mamma, i suoi due figli, il cagnolino, i trolley a terra. La stampa trovò il marito e padre, Serhiy Perebyni, pubblicarono le sue foto con il resto della famiglia felice in un paese senza guerra. Penso alla mano smaltata di rosso, a Bucha, diventata il simbolo della morte degli innocenti. È bastata una foto a quella mano socchiusa, curata perfino sotto le bombe, perché si cercassero il nome (Iryna), il volto, la storia della donna, perché si scrivessero articoli commossi sulla normalità di una seduta dall’estetista quando la guerra ti toglie tutto, soprattutto quella normalità. In questi giorni, Motaz Azaiza, il reporter palestinese con 17 milioni di follower, ha immortalato una mano insanguinata che spunta da un ammasso di macerie. Quella foto ha un milione e 200 mila like. Motaz non sa chi sia quell’uomo, destinato a rimanere un numero tra migliaia di morti in appena due mesi. E allora, nella didascalia, immagina che quell’uomo stesse preparando una tazza di tè, prima che la bomba colpisse la sua casa. Scrive che un israeliano oggi impiega meno tempo a uccidere che un palestinese a prepararsi una tazza di tè. Tenta di umanizzare quello che per il resto del mondo è solo un effetto collaterale. Perché succede che nell’era delle guerre più asimmetriche di sempre, una mano senza vita in Ucraina sia una storia, una mano senza vita a Gaza sia, al massimo, un elemento statistico.