
(Dott. Paolo Caruso) – Dopo l’ennesimo femminicidio, il centocinquesimo dell’anno, avvenuto la scorsa settimana dove Giulia la vittima di soli 22 anni e il carnecife, Filippo, il suo ex ragazzo di un anno più grande di lei, scrivono una ennesima pagina di dolore in questo nostro Paese travagliato da una crisi morale senza prcedenti. L’opinione pubblica scossa da così efferato delitto si pone attonita quali possano essere le cause che annientano la ragione e il sentimento umano nei rapporti tra persone sulla base del sesso o genere. Il possesso dell’oggetto desiderato, l’idiozia del possesso dell’amore di una donna che hai già perso nel vorticoso gioco delle parti, creano un vuoto e una distorsione della realtà che ti fanno entrare in un mondo a te sconosciuto avvolto da uno strato di nebbia che ti acceca e rende tutto più buio. Questo è puro egoismo e non c’entra niente con l’amore. Ecco allora l’Uomo, il Maschio virgulto di una società patriarcale che trova sfogo nel suo Ego e spesso in un turbinio di sentimenti contrastanti entra pericolosamente in una spirale di violenza. Il suo oggetto dei desideri, la sua donna, il suo vivere in maniera morbosa l’amore per quella donna ormai perduta lo portano lontano verso un delirio dilagante a cui si aggiungono come vittime della violenza di genere spettatori e testimoni, i figli, i bambini. Una visione arcaica del rapporto di genere diffusa nella società di questo nostro Paese porta sempre più spesso a episodi di violenza e malaguratamente anche al femminicidio. Si può asserire che siamo di fronte ad “Affetto malato”, sicuramente ad una forma grave di depressione ma anche ad un atteggiamento di delirio di onnipotenza. Un atteggiamento legato al mondo infantile e narcisistico che fa scattare meccanimi psicologici violenti dovuti al primo affiorare di un “No”, di quel “No” che avrebbe avuto nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza effetto catartico nella crescita dell’individuo. Il permissivismo crescente esprime la totale idiozia di un modo di concepire la vita che soffoca nelle nuove generazioni la curiosità, l’ingegno e il talento. Tutto è permesso e dovuto ma il coraggio di dire di “No”…… solo un atto di buon senso, un messaggio educativo. Un sistema di credenze culturali che spinge spesso a considerare la donna in una posizione gerarchicamente inferiore non fa che favorire certi atteggiamenti violenti le cui concause sono da ricercare principalmente nella gelosia del patner e nella separazione. Dopo anni di indignazione e discussioni sull’emergenza femminicidio risultano ancora insufficienti gli strumenti di difesa delle vittime. Spetta alla politica, ma ancor di più alla famiglia, alla scuola, all’associazionismo, al mondo del lavoro e dei mass media contribuire al cambiamento culturale rispetto a una consolidata serie di stereotipi e aggressivi modelli comportamentali.
A mio parere il patriarcato non c’entra niente. Fu infatti ucciso e sepolto a partire dal sessantotto, da quella straordinaria stagione che ebbe il merito (ahinoi il solo) di mettere al bando qualsiasi autoritarismo purtroppo per aprire la società ai desideri che man mano si sono fatti sempre più impellenti ed esaudibili (nei limiti delle possibilità) fin dall’infanzia. Con l’esito di mettere a posto della figura del padre – per millenni guida e modello, sia pure controversi e comunque funzionanti, di generazioni di figli – le forze apparentemente spontanee di superamento di tutti i limiti morali individuali e collettivi, a ben vedere eterodirette dal Capitale che, quanto a strategia, è risultato vincente. Ad ogni momento di crisi finora è riuscito a fagocitare qualsiasi giusta aspirazione alla libertà individuale e di gruppo che vi si è opposto, nel suo esatto contrario. Cioè in un asservimento consumistico che NON DEVE conoscere regole, ostacoli, valori religiosi o civili che possano essere di intralcio al sua volontà di potenza assoluta. Insomma, parafrasando Woody Allen: Dio è morto, Marx pure e anche le nuove generazioni non si sentono tanto bene! Il risultato?? Il libero sfogo delle frustrazioni che ne derivano in comportamenti a volte mostruosi e sanguinari di fronte alle difficoltà della vita, che risultano insopportabili ad una mente immatura e poco educata alla tolleranza e a immaginare un oltre degno di essere vissuto di fronte alla sofferenza.
Per fortuna non tutti i maschi sono assassini di fidanzate e mogli che li rifiutano, ma è innegabile che i troppi omicidi di genere sono tutti commessi da maschi paranoici e mentalmente dissociati. La tendenza all’isolamento solipsistico e patologico è ormai un dato di fatto che interessa almeno due generazioni cresciute all’insegna dell’ottenimento di ogni desiderio malsano di possesso, sia che si tratti di cose che di persone.
Di fronte a questo sfacelo, un’ora alla settimana di rieducazione al sentimento mi sembra francamente una sciocchezza. Alla stessa stregua di un pannicello caldo per curare una doppia bronco-polmonite acuta. Ben altre e immani svolte culturali e di pensiero occorrerebbero! Ma andatelo a spiegare a questa classe dirigente e alla sua dirimpettaia misera opposizione. La sinistra non mi piace, la destra mi ripugna, il centro mi fa solo ridere… cosa rimane?? Studiare, studiare e poi ancora studiare in profondità i problemi, per potere immaginare e forse intravedere una luce in fondo al tunnel. Bando alle stra-super-caxxole, però!!!
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Io mi interrogherei su cosa fa scattare certi meccanismi della mente, e non solo quella maschile, quando si è rifiutati , traditi o ingannati. Otello e Desdemona non sono nati nel 2000. Tuttavia vi è qualcosa di inedito nelle tragedie contemporanee che è diretta conseguenza dell’abbattimento di un modello millenario che, per quanto discutibile,ha permesso ai generi di convivere. Nel nostro mondo non vi è posto per i perdenti e chi viene rifiutato è un perdente.La propria identità,in tal caso, rischia il dissolvimento e quindi cerca la sopravvivenza nella cancellazione fisica della causa del disastro psicologico :se stessi,il proprio partner o entrambi. Ma fortunatamente tutto ciò non accade nella quasi totalità dei casi perchè la sofferenza interiore non fa superare lo scalino della coscienza dell’etica-morale.
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Intanto c’è da dire che la reazione al rifiuto agisce in eguale misura in maschi e femmine, ma con modalità diverse. Tendenzialmente più muscolari nei primi, mentre più dialettiche e affilate nelle seconde. Quando a un maschio viene tolto il “giocattolo” spesso perde la testa, mentre la femmina, essendo più matura (è fatta per procreare e aver cura dell’altro), agisce in forme psico-linguistiche non meno violente anche se solo verbali. Il maschio non è in grado di competere a questo livello, e allora, quando si sente spodestato del potere di possedere… a volte sfodera i muscoli senza riuscire a trattenersi allorquando avverte di non avere più speranza, per di più con una mente debole, frustrata e non abituata ai NO. Crescono ambedue in un contesto di permissivismo e di desideri regolarmente soddisfatti senza senso del limite fin da piccoli (è il capitalismo, che tutto frantuma, bellezza!), il maschio però può uccidere più facilmente che la femmina. Inoltre, come dicevo nell’altro commento, non hanno modelli di riferimento validi: il padre spesso assente, nel migliore dei casi cerca pateticamente di essere amico del figlio maschio rinunciando al compito di guida autorevole disapprovata dalla società che lo induce a lasciar perdere per non passare per “padre padrone”. Le ragazze invece, come le madri, sono più remissive e più ragionevoli. Ma quando decidono in piena libertà (si chiama emancipazione) di lasciare… non c’è niente che le ferma. Ma l’indole alla cura le porta a non infierire o a lenire la sofferenza altrui. Mal gliene incolse… la Cecchettin, nel cercare di essere generosa, si ritrovo con più di venti coltellate in corpo!
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