(di Massimo Gramellini – corriere.it) – «Non siete sole», scrive la Polizia di Stato sul suo profilo Instagram, ma nei commenti che spuntano sotto il messaggio sfila un corteo di donne deluse per non essere state aiutate dagli agenti nel momento del bisogno.

Una per tutte: «Mi avevano trascinato a forza in un parcheggio e voi mi avete chiesto com’ero vestita».

Di sicuro esisteranno tantissime vittime salvate dalla polizia, e si sa che sui social scrive in prevalenza chi ha qualcosa da ridire e non chi ha qualcuno da ringraziare. Eppure, il quadro che emerge da questa Spoon River delle sopravvissute ci ricorda che, dietro la lista di quelle che hanno perso la vita, ce n’è un’altra ancora più lunga di donne che hanno subìto violenza senza venire assistite e addirittura credute. Nemmeno da chi sarebbe pagato per farlo.

L’incomprensione e la sottovalutazione sono già forme di discriminazione. E serve a poco inasprire le pene, se poi si scopre che il tizio recidivo che ha gettato dell’acido muriatico addosso alla sua ex era stato scarcerato a fine agosto perché si era dichiarato molto pentito, con un divieto di avvicinarsi alla vittima che nessuna forza dell’ordine è stata in grado di far rispettare. Ben venga uno scatto di sensibilità da parte della società civile, ma per debellare la piaga della sopraffazione contro le donne bisognerebbe che quel salto lo facessero anche le istituzioni. Tutte, a cominciare dall’aula del Senato che, durante il dibattito sulle violenze, alcune foto immortalano desolatamente vuota.