L’unico antidoto all’angoscia è riscoprire i gesti semplici: camminare, toccare, ascoltare la radio. Ma la prigionia vive per sempre: un attimo di cedimento e la trappola dell’odio ti ri-incatena al rapitore

(DOMENICO QUIRICO – lastampa.it) – Le prime ore del ritorno a casa dopo la liberazione: si sta come trasognati, quieti e composti, immagino con le finestre e le porte dolcemente spalancate sul luminoso autunno di Palestina dove ogni grido di luce esige di essere ascoltato. I rumori non contano, non ci sono; come se il silenzio della prigionia si prolungasse, ma rovesciato, composto, gonfio quanto l’altro era tragicamente vuoto. Assorbire tutto poiché fino a ieri non c’era più nulla da guardare. Forse già oggi una parte dei rapiti da Hamas sarà a casa. Forse. Come è sempre lunga e incerta la via del ritorno.

Sì. Le porte spalancate. Quando si diventa ex ostaggi, ogni cosa bisogna farla adagio, senza trasalire, in tempi raccolti, misurati. Poiché si rivive è meglio che tutto avvenga sommessamente, in un muto concerto di pause e percezioni, piccole occasioni di esistere che il cuore deve afferrare senza smarrirsi.

Ogni volta è così, quando il dramma dell’attesa e del dubbio si scioglie. Forse gli altri non se ne accorgono, pensano che aver gente intorno, sentire chiasso, far festa, essere travolti da mille domande sia rinascere, una gioia per chi è tornato a casa. Oppure ci si rivolge, con ottusa fiducia, a pseudo scienze dell’anima, il cosiddetto supporto psicologico che ormai, nel nostro mondo quieto, non manca nemmeno quando si smarrisce il gatto, al certificato in psiche, che non sa cosa voglia dire questo aver perso la vita e rinascere dalla morte, si chiede di porre rimedio alla “sindrome di Stoccolma”!

Bisogna mettere alla porta questi venditori di favolette se si vuol bene a chi è stato ostaggio, lasciare le finestre aperte, eliminare chiavistelli e serrature perché quella, poter entrare ed uscire, è la prova che si è liberi, l’ossigeno della resurrezione. E’ quello il vero “supporto”, che grottesca parola.

I sopravvissuti al sequestro del sette ottobre saranno felici di esser lì, soli , nel girare intorno alla vita ritrovata, a farle la ronda, scovarla, percepirne un moto. Sopravvivere è il dono di una tenerezza del dio, una consolazione che non è nell’uomo e nelle sue povere arti.

Quando si torna a casa come per gli ostaggi dei gruppi islamisti (non di daesh, quelli del califfato non prendono ostaggi, soli impuri da sacrificare), non si può essere che muti e soli: la mia ora era l’ultima ora e invece… Già, d’ora in avanti nel destino di ognuno di loro ci saranno quei minuti concitati, la mattanza al rave party, la caccia all’uomo come fosse un armenti nei kibbutz assaltati.

Una prigionia, tra nemici che dichiarano brutalmente la volontà di estinguere tutto ciò che è Israele, vive perennemente nel presente. Basta un attimo di disattenzione, lasciarsi andare, ed eccola di nuovo lì, a portata di mano attraverso la trappola dell’odio, della voglia di vendetta che incatena al rapitore. Compiere i gesti semplici della vita, camminare bere toccare gli oggetti quotidiani, ascoltate la radio che racconta il presente, tutto ciò che era impossibile e si temeva vietato per sempre nelle ore dell’angoscia, è l’unico antidoto possibile. Questo gli altri non possono capire, nessun altro. Lo scambiano per turbamento, atonia che continua.

Loro proporranno la domanda: come vi hanno trattato? Che vuol dire? Che cosa significa? La domanda dovrebbe essere: raccontami come hai attraversato la morte… raccontate per favore che cosa è la morte. Ma questo è un racconto possibile? O è indicibile, troppo denso, per la comprensione di chi non l’ha vissuto? Il sequestrato e il profugo: sono le due figure centrali del ventunesimo secolo. Restano fuori dalla nostra normalità, non riusciamo a tenerli al cappio delle nostre banalità quotidiane.

La prigionia, come ostaggio intendo, è una pianura in cui domina il silenzio. Tutto hanno vissuto, nulla costituisce per loro ancora un mistero. Certo. Se ne può fare un racconto, buttar dentro i luoghi le facce dei carcerieri, il terrore: alla fine la parola può contenere tutto. Ma quello che conta è davvero dentro quelle parole?

Resta ancora un fatto. Ogni liberazione di ostaggi – e questa più che mai! – è anche un fatto politico. Se lo scambio si concluderà è stato giusto accettare la trattativa con Hamas attraverso non certo immacolati mediatori? Non è un cedimento al terrorismo, un modo per renderlo redditizio? Israele era di fronte a un dilemma eschileo: esiste una necessità superiore alla vita dei propri figli? Per il trageda classico la scappatoia era l’intervento del Dio. Ma oggi?

Non si può negare che, politicamente, Hamas ha vinto un’altra battaglia dopo la bruciante imboscata del sette ottobre, li ha costretti a scendere a patti, ad accettare il suo nemico più implacabile come controparte che può porre condizioni e ottenere contropartite, usando i suoi cittadini. E forse la sconfitta di Israele è irrimediabile. Dopo più di un mese di morti, dolori, strazi, lacerazioni di uomini, accuse di crimini compiuti nella vendetta, tornerà il conto?

Solo gli israeliani possono rispondere; ed è questo il travagliato cammino dentro di sé che li attende quando la guerra sul campo, che ha fatto irruzione nel loro vivere e lo ha stravolto, sarà, almeno in parte, quietata.

Da spettatori non ci resta che rispondere che ogni prigionia salvata è una proclamazione di vita. Il rifiuto della politica del “non trattiamo”, sono gli altri, i sequestratori che porteranno la colpa dei nostri morti, alla sicurezza dello Stato si può sacrificare un pugno di vite umane … ebbene tutto questo “cedimento” così coraggioso non cessa mai, per la sua grandezza, di incantarmi. Forse questa, e non il numero di presunti obbiettivi annientati, è la prima, vera vittoria di Israele in questo dramma senza pietà.