Nella Repubblica dei “Bruto” il passaggio di consegne non ha mai funzionato a dovere. La destra non è brava a organizzare successioni semmai congiure per “uccidere”

La campanella usata nella cerimonia del passaggio di consegne tra un premier e il suo successore

(FLAVIA PERINA – lastampa.it) – Dice Giorgia Meloni che avrebbe preferito una norma più secca: se cade il premier si torna alle urne, e «se il Parlamento volesse ragionare» su questa opzione lei non si metterebbe certo di traverso. Probabilmente è consapevole che questa storia dei numeri due, dei ticket, dei delfini designati, non è fatta per l’Italia dove il numero due di solito è il Bruto che anima la congiura per rubarti il posto. E basta un esercizio distopico sulla crisi del 2011 (Silvio Berlusconi) o del 2018 (Giuseppe Conte) per averne la prova provata. Berlusconi che cede il timone a Giulio Tremonti? Conte che dice «prego accomodati» a Matteo Salvini? Risate, sipario.

Se c’è una cosa che è sempre riuscita malissimo, anzi per niente, alla destra italiana è organizzare le successioni. I nuovi capi sono sempre emersi dalla decapitazione dei precedenti, o nel caso di Forza Italia dopo la loro scomparsa naturale. E i governi delle destre o partecipati dalle destre sono sempre finiti nei guai per effetto dei calcoli dei numeri due che volevano diventare numeri uno. Anche l’attuale esecutivo corre assai pochi rischi nel Paese, moltissimi nelle stanze di Palazzo Chigi: risulta piuttosto surreale immaginare che dopo una ipotetica crisi determinata dai suoi alleati Meloni accetti di intronare uno dei suoi vice-premier. O, al contrario, che i vice-premier accettino di incoronare un fedelissimo della Presidente magari dopo averla costretta alla resa.

E tuttavia si può provare a lavorare di invenzione, a fantasticare sul possibile gioco delle coppie che la madre di tutte le riforme autorizza e consiglia. Numero due Meloni: il guru del suo inner circle, Giovambattista Fazzolari? E come la mettiamo con i cofondatori Guido Crosetto e soprattutto Ignazio La Russa? Davvero consegnerebbero a un altro i poteri assai pieni determinati dalla nuova forma di governo? Numero due Salvini: qui è più semplice, intanto perché un Salvini premier è un puro esercizio retorico, e poi perché possiamo già raffigurarci la zuffa tra Roberto Calderoli e Lorenzo Fontana. Vinca il migliore, magari a braccio di ferro. Numero due Giuseppe Conte: indecifrabile, li ha fatti fuori tutti, movimentisti e governisti, è probabile che si proporrebbe come numero due di se stesso (in fondo lo ha già fatto passando dall’alleanza con la Lega a quella con il Pd). Numero due Elly Schlein: per simmetria si dovrebbe dire Marco Furfaro, però chiedete a Dario Franceschini, è probabile che ci stia già lavorando. Ma non ci sono solo i partitoni. Pure tra le liste che lottano per la sopravvivenza l’esercizio è doveroso, hai visto mai. Abbiamo assistito a troppi imprevisti exploit elettorali per trascurare i più piccoli. Forza Italia, soprattutto, dove tuttavia bisogna scoprire prima chi è il numero uno dopo l’addio del fondatore. C’è un congresso alle porte, non è detto che Tajani giochi da candidato unico, e comunque diremmo che il possibile ticket di un premier forzista al momento sarebbe Giorgio Mulè, e ovviamente Licia Ronzulli (problemino: FdI potrebbe accettarli come sovrani quando non li ha voluti neanche come ministri?). Italia Viva, ovvio: il numero due di Renzi è Renzi, e pure il numero tre. Azione, idem. Sul resto inutile approfondire perché è abbastanza scontato che il tipo di personalità necessaria per tenere insieme un movimento del tre, due, uno per cento è incompatibile con una cessione spontanea del bastone del comando. Il «dopo di me il diluvio» è la filosofia di riferimento. Buona fortuna comunque agli aspiranti numeri due, ne hanno bisogno. È abbastanza sicuro che i loro numeri uno stiano già lavorando per toglierli di mezzo e farli precipitare nell’oblio del fondo classifica. La storia di Bruto, in Italia, la conoscono tutti e la regola delle Idi di Marzo – non fidarti dei fedelissimi – orienta la politica da un paio di millenni, a prescindere da ogni peso e contrappeso, statuto e Costituzione, nuova o nuovissima che sia.