Hamas-Israele. Bombe e scontri, decine di morti. Fatah: “giorno della rabbia”

(DI ALESSIA GROSSI – ilfattoquotidiano.it) – “Un’operazione segreta” quella iniziata venerdì via terra nella Striscia dall’esercito di Israele, a detta del Washington Post e proseguita sfidando le aspettative (Usa si intende) più forti di quanto ci si aspettasse. L’obiettivo non solo della missione, ma della sua segretezza, sarebbe mandare Hamas alla cieca e rimandare la guerriglia urbana il più possibile.
Ma ieri i miliziani, già usciti dai tunnel domenica sera contro la “missione mirata” che ha riportato a casa la soldatessa israeliana, devono aver colto la strategia di Tel Aviv, e la vittoria dell’Idf, tanto elogiata dal premier Netanyahu si è trasformata in sconfitta ieri. Quando due soldati israeliani hanno perso la vita e altri due sono rimasti feriti durante gli scontri con i miliziani. Roei Wolf e Lavi Lipshitz avevano 20 anni e potrebbero essere le prime vittime di una missione durissima per l’Idf tra i 500 chilometri di tunnel dei miliziani. Non a caso il ministro della Difesa, Yoav Gallant, non in linea con Netanyahu nel congratularsi con l’esercito per “i significativi” risultati, ha aggiunto il primo “ma”. “L’esercito – ha detto – sta pagando un caro prezzo. Stiamo dispiegando le forze su larga scala, in profondità nella Striscia di Gaza”, ha detto Gallant parlando alle forze di élite dell’aviazione Shaldag e Unità 669, secondo quanto scrive Times of Israel. “Purtroppo in guerra ci sono prezzi da pagare e quelli di oggi sono alti”.
Migliore è stato il bilancio dell’attacco – rivendicato dalle forze israeliane in serata – nel campo profughi di Jabaliya: a restare ucciso sarebbe stato Ibrahim Bihari, comandante del battaglione di Hamas, uno dei leader del 7 ottobre, più “un ampio numero di terroristi”.
Peccato che a restare uccisi nel campo siano stati un centinaio di gazawi, 400 secondo le notizie arrivate ieri da Jabaliya insieme ai video e alle immagini della devastazione provocata dalle bombe. A condannare l’attacco sono stati ieri oltre a Egitto e Giordania, anche l’Alto Rappresentante dell’Ue, Josep Borrell.
Parole di elogio ma anche di velato rimprovero sono arrivate dal segretario alla Difesa Usa, Lloyd Austin, in una telefonata al suo omologo Gallant, in cui ha sottolineato l’importanza di “condurre operazioni in conformità con il diritto di guerra”. Ma l’intenzione di Israele di spaccare la Striscia, isolando il Nord è sempre più evidente. Così come lo è – all’indomani della circolazione del documento in cui gli 007 di Tel Aviv per il dopoguerra ipotizzano le deportazioni dei gazawi in Egitto – che i gazawi sfollati al Sud non rientreranno mai nelle loro case (rase al suolo). Ieri il Financial Times ha riportato un retroscena secondo cui “il primo ministro israeliano ha cercato di convincere i leader Ue a fare pressioni sull’Egitto affinché accetti i rifugiati da Gaza”. L’idea del premier israeliano è stata “avanzata da Paesi come la Repubblica Ceca e l’Austria durante i bilaterali del vertice della settimana scorsa”, spiega il quotidiano britannico, mentre “i principali Paesi Ue, tra cui Francia, Germania e Regno Unito, hanno respinto la proposta come irrealistica”. A rifiutare l’idea ieri è stato il premier egiziano, Mostafa Madbouli: “L’Egitto non permetterà che si arrivi a una soluzione del conflitto israelo-palestinese a sue spese” o di essere soggetto a una “realtà forzata” né permetterà a “nessuno di manomettere le sue terre. Il Sinai è il luogo più prezioso dell’Egitto ed è nel cuore degli egiziani”, ha concluso. Anche per questo ieri il Cairo – che oggi riapre il valico di Rafah per far uscire i gazawi bisognosi di cure – ha schierato carri armati e veicoli blindati al confine”. Ma l’Egitto non è l’unico Paese a essere in tensione: ieri dallo Yemen sono arrivati su Israele – in una giornata di continui allarmi e sirene – missili lanciati dagli houthi. A protezione della Regione e come deterrente all’escalation ieri è arrivata la terza flotta navale Usa con 200 marines pronti anche per l’evacuazione di civili.
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